Papa Francesco ha inaugurato domenica scorsa 10 ottobre il Sinodo dei vescovi che proseguirà domenica prossima 17 ottobre nelle diocesi del mondo. Sarà un Sinodo che comincerà “dal basso”, con la prima fase dedicata all’ascolto.
«Non bisogna fare un’altra Chiesa, – ha sottolineato papa Francesco presentando i lavori sinodali nell’Aula nuova del Sinodo – bisogna fare una Chiesa diversa» «E questa è la sfida”, ha aggiunto sintetizzando gli obiettivi del Sinodo sulla sinodalità.
«Il Sinodo – ha sottolineato – non è un Parlamento». «Nell’unico Popolo di Dio, camminiamo insieme, per fare l’esperienza di una Chiesa che riceve e vive il dono dell’unità e si apre alla voce dello Spirito», l’esortazione di Francesco, che si è soffermato sulle tre parole-chiave del Sinodo: comunione, partecipazione, missione. E ha messo in guardia da tre rischi: il formalismo, l’intellettualismo e l’immobilismo, che «è un veleno nella vita della Chiesa». Sia questo Sinodo un tempo abitato dallo Spirito!», l’auspicio, «per preservarci dal pericolo di «diventare una Chiesa da museo, bella ma muta, con tanto passato e poco avvenire». «Comunione e missione sono espressioni teologiche che designano il mistero della Chiesa e di cui è bene fare memoria», ha spiegato il Papa, ricordando il Concilio Vaticano II e citando Paolo VI. «Partecipare tutti: è un impegno ecclesiale irrinunciabile!», ha esclamato Francesco.
«Se manca una reale partecipazione di tutto il Popolo di Dio, i discorsi sulla comunione rischiano di restare pie intenzioni», la denuncia: «Su questo aspetto si fa ancora una certa fatica e siamo costretti a registrare il disagio e la sofferenza di tanti operatori pastorali, degli organismi di partecipazione delle diocesi e delle parrocchie, delle donne che spesso sono ancora ai margini».
«Si può ridurre un Sinodo a un evento straordinario, ma di facciata, proprio come se si restasse a guardare una bella facciata di una chiesa senza mai mettervi piede dentro», il monito per scongiurare il rischio del formalismo: «Se parliamo di una Chiesa sinodale non possiamo accontentarci della forma, ma abbiamo anche bisogno di sostanza, di strumenti e strutture che favoriscano il dialogo e l’interazione nel Popolo di Dio, soprattutto tra sacerdoti e laici».
«Ciò richiede di trasformare certe visioni verticiste, distorte e parziali sulla Chiesa, sul ministero presbiterale, sul ruolo dei laici, sulle responsabilità ecclesiali, sui ruoli di governo e così via», la ricetta del Papa.
Un secondo rischio è quello dell’intellettualismo: «far diventare il Sinodo una specie di gruppo di studio, con interventi colti ma astratti; una sorta di ‘parlarci addosso’, dove si procede in


