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Ceuta: via illegale “dimenticata” per arrivare in Europa

18 Ottobre 2019
in Non Dalla Guerra
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Ceuta: via illegale “dimenticata” per arrivare in Europa

Ceuta, il "muro" di confine tra Spagna e Marocco

Ceuta: un fazzoletto di Spagna, poco meno di diciannove chilometri quadrati, in Marocco. L’Africa alle spalle, l’Europa davanti agli occhi. Terra di frontiera, via d’accesso illegale al Vecchio Continente. Una via d’accesso ritenuta “secondaria” rispetto alle rotte dei migranti più note come quella mediterranea o balcanica. Eppure i flussi migratori verso la Spagna registrano un trend in crescita.

Stando ai dati dell’Unchr nei primi sette mesi del 2019 gli arrivi sono stati 14.667, di cui quasi 3mila via terra attraverso Ceuta e la sua gemella Melilla, altra enclave spagnola in suolo marocchino. Di Ceuta oggi, però, non se ne parla abbastanza. Il suo nome riesce a ritagliarsi uno spazio sui media quando un gruppo di migranti riesce a compiere “el salto alla valla”. Com’è successo lo scorso 30 agosto quando intorno alle sette del mattino 155 sub-sahariani hanno scavalcato la barriera che separa il Marocco dalla Spagna, l’Africa dall’Europa. Un “confine” lungo otto chilometri: due recinzioni, parallele una davanti all’altra, alte sei metri sul lato spagnolo più una terza recinzione di un paio di metri sul versante marocchino. Barriere anti invasione dotate di telecamere e sensori termici ma anche di concertina, quel filo spinato che provoca ferite profonde e lacerazioni il più delle volte irreparabili. Chi ce la fa a superarle non ne esce mai illeso. I migranti, in attesa del momento buono per compiere “el salto”, vivono nella boscaglia di Benyunes per mesi o anche per anni. Sono quasi tutti maschi giovani in grado di affrontare uno sforzo fisico del genere. In gruppi più o meno numerosi si organizzano e tentano di oltrepassare ciò che li separa dal sogno dell’Europa. Alcuni vengono immediatamente respinti dalla polizia spagnola o fermati da quella marocchina dopo duri scontri, altri portati nel Centro di permanenza temporanea (Ceti) di Ceuta.

La concertina, il filo spinato nel “muro” che divide la Spagna dal Marocco

In otto chilometri di confine le grida di gioia si confondono a quelle di dolore. Non Dalla Guerra ha deciso di andare a vedere che cosa accade in questo lembo di terra per capire, approfondire e tentare di dare voce a chi troppo spesso viene dimenticato. Perché Ceuta non è solo “el salto alla valla”: le sue problematiche riguardano l’alto tasso di analfabetismo, la delinquenza, la povertà, l’emarginazione. Ma c’è anche chi, ogni giorno, si impegna per dare l’opportunità, a quanti vivono qui, di costruirsi un domani migliore. Così come c’è anche chi, ogni giorno, si attiva per denunciare soprusi, violenze e diritti negati nell’indifferenza dei più. «Durante il nostro viaggio è stata fondamentale la presenza di Reduan MJ, un volontario dell’associazione Digmun che opera per garantire un’istruzione a bambini e ragazzi e affinché le donne godano dei diritti sociali e lavorativi di cui quasi sempre sono private – dice Anna Piazza, presidente di Non Dalla Guerra che è stata a Ceuta assieme a Irra Muñiz di No Amb La Guerra, corrispettivo dell’associazione vicentina in Catalogna -. Grazie a Reduan, che è stato una sorta di mediatore culturale, abbiamo potuto comprendere e conoscere la realtà di Ceuta».

I ragazzi di Non Dalla Guerra e di No Amb La Guerra a Ceuta

«Questa è una zona di confine, oltre ai migranti che tentano di scavalcare la recinzione, ci sono coloro che ogni giorno passano dal Marocco alla Spagna per lavorare. Anche più di ventimila persone al giorno che entrano con il passaporto, ma senza un visto. Al termine della giornata lavorativa devono ritornare nel loro Paese. Alcuni hanno un’occupazione regolare altri no. La maggior parte sono donne che lavorano come domestiche o badanti a casa di qualche spagnolo. Le chiamano le donne transfrontaliere, per lo più sono sottopagate e senza uno straccio di contratto» continua Anna, facendo eco alle parole di Reduan che attraverso Digmun tenta di migliorare la loro condizione. Ancor peggiore, però, è la situazione delle “mujeres porteadoras”, “spallone” per dirla all’italiana: centinaia e centinaia di donne che ogni giorno trasportano merci dal Marocco alla Spagna. Sono considerate come  dei muli, utili per abbattere i costi di trasporto e le tasse. «Si mettono in fila alla frontiera per ore e ore sotto il sole, tra il 2015 e il 2017 alcune di loro sono morte travolte dal peso che portavano sulla schiena. Fino a 100 chili di merce su una sola donna. Da qualche tempo le cose sono migliorate perché ora vengono costrette a usare dei carrelli e la merce trasportata non può superare un certo peso. Di fatto, però, non hanno diritti» racconta Reduan ad Anna. Appena la settimana scorsa una donna marocchina di 48 anni è caduta in mare mentre cercava di espletare all’aperto i propri bisogni a causa dell’assenza di bagni pubblici, dopo aver atteso per ore in fila alla frontiera.

Le mujeres porteadoras in fila per ore alla frontiera

Diritti negati come quelli dei minori stranieri non accompagnati. «Bambini e ragazzini che vivono per le strade di Ceuta, si mimetizzano nella zona del porto. Arrivano nascosti sotto i pullman o i camion. Vogliono andare nella penisola e cambiare vita. Sono soli, non vanno a scuola, vivono di espedienti e della vicinanza delle associazioni che cercano di aiutarli».

Questa è Ceuta affaticata dalle disuguaglianze, dal contrasto tra chi ha tutto e chi non ha nulla. Indebolita dall’indifferenza.

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