Nel 1964, il generale Juracy Magalhães, ambasciatore del Brasile negli Usa, pronunciò una frase divenuta celebre: “Ciò che è buono per gli Stati Uniti lo è anche per il Brasile”. Oggi i Vescovi Brasiliani si augurano che la direzione che prenderà il Paese verdeoro con il secondo turno delle elezioni presidenziali (domenica 25 ottobre) non torni ad essere quella di sessant’anni fa. «La speranza è quella che Lula riesca a farcela. Il primo governo di Bolsonaro è stato un disastro per il Brasile. La preoccupazione più grande è rappresentata dall’ingerenza della politica di Trump sul Brasile». A parlare è Raimundo Vanthuy Neto, da circa tre anni Vescovo della Diocesi di São Gabriel da Cachoeira, all’estremo nord ovest del Brasile e “sorella” della Diocesi di Roraima dove dal 2008 sono presenti i missionari fidei donum vicentini.
Vescovo Raimundo, il 4 ottobre Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair, ha ottenuto il 47 per cento dei voti, contro il 45 per cento di Lula che partiva favorito. Che clima si vive nel Paese in questi giorni?
«Di insicurezza e di incertezza. Temevamo il secondo turno elettorale per la forte pressione dei partiti di destra e di estrema destra. La politica di Jair Bolsonaro è stata terribile, soprattutto per i popoli indigeni e per l’ambiente. Senza contare la gestione della pandemia, contrassegnata da posizioni negazioniste. Ma il problema più grande è Trump ».
In che senso?
«Il Brasile e l’Uruguay sono rimasti tra i pochissimi Paesi dell’America latina a non essere ancora caduti sotto il controllo o l’influenza dell’estrema destra trumpiana».
C’è una vecchia “tradizione” in Brasile, quella di etichettare come “comunista” la Chiesa cattolica.
«Succede con troppa facilità ogni volta che la Chiesa si esprime per la democrazia e la sovranità popolare».
Tuttavia la dimensione religiosa ha avuto un peso non indifferente durante la campagna elettorale.
«C’è stata una polemica attorno alla proposta di alcuni sostenitori di Bolsonaro di cancellare la festività nazionale della Madonna di Aparecida, patrona del Brasile. Tutto questo alimenta un dibattito pubblico confuso e inquinato, creando un clima di forte malessere in cui diventa difficile per le persone orientarsi ».
Anche la destra brasiliana si intesta il ruolo di rappresentare i “veri” cattolici?
«L’estrema destra si presenta come paladina della cristianità. Si basa sulla “teologia del dominio”, sintetizzata nell’espressione “ Balla, Biblia e Boi”,ossia pallottole, bibbia e buoi, simbolo del fondamentalismo agrario».
Nella Diocesi di São Gabriel come è vissuta la questione indigena, anche pastoralmente?
«Il nostro territorio è interamente ricoperto dalla foresta ed è la regione dove l’Amazzonia è più preservata. Ed è così perché vi abitano le comunità indigene, grazie alla legge che ne riconosce i territori. Sono gli indigeni che ne garantiscono la custodia e impediscono la deforestazione. La Diocesi può essere percorsa solo via fiume, non ci sono strade per raggiungere le comunità. Si parlano almeno 18 lingue diverse, in molti casi il portoghese non è conosciuto. Vi sono tribù che non hanno mai avuto contatti con il mondo occidentale. Per la Chiesa, è un’esperienza di missione ad gentes all’interno del Brasile. ma anche tra questi popoli che non conoscono Cristo sono presenti i semi del Vangelo».
Quali sono?
«Uno è la vita comunitaria: non è possibile concepire o vivere la fede senza un’esperienza condivisa. Un altro è l’integrazione tra la fede e la cura della casa comune. È una missione bellissima ma molto faticosa, anche sul piano finanziario».
La vostra Diocesi confina con il Venezuela e la Colombia. Cosa comporta questa vicinanza?
«La Diocesi ha strutturato un servizio di accoglienza per i migranti venezuelani che arrivano via fiume in condizioni di forte fragilità e denutrizione. Inoltre, la regione del Rio Negro si trova ad affrontare la complessa sfida del traffico di stupefacenti al confine con la Colombia, un fenomeno che sfrutta le popolazioni indigene ed economicamente più vulnerabili».
Andrea Frison
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