Era più facile in Afghanistan. Viene da pensarlo ascoltando il racconto di Alessandro Manno, responsabile del Progetto Gaza per Emergency. Era più facile in Afghanistan perché lì Emergency poteva contare su un accesso completo alle forniture. A Gaza non è così. «L’anno scorso – racconta Manno da Milano – abbiamo aperto la clinica di al-Qarara poco lontano da Khan Yunis, lungo la costa. La clinica è aperta sei giorni su sette in orario diurno, vi operano due medici, due infermieri e 2 operatori con ruoli non sanitari. Lo staff locale a completamento delle nostre attività conta una quarantina di persone».
Lo scopo della clinica è quello di offrire risposte alle necessità di salute primaria della popolazione, «che in que-sto periodo invernale si traducono in infezioni delle vie respiratorie – spiega Manno -. Curiamo malattie cutanee favorite dalla scarsa igiene e alla condivisione di spazi stretti, oltre a tutte le patologie croniche che in un contesto del genere si fatica a tenere sotto controllo per l’assenza di farmaci e la carenza di personale».
Con il sistema sanitario palestinese ridotto ai minimi termini dai bombardamenti israeliani, «la clinica di al -Qarara si trova a gestire duecento, anche duecentocinquanta accessi al giorno. In alcune giornate visitiamo anche trecento persone». Questo quando le situazioni sono “normali”. Perché quando avviene un attacco il personale degli ospedali si concentra esclusivamente su chi ha bisogno di interventi urgenti. La salute di “routine” viene meno. «In quest’anno è capitato che anche noi ricevessimo feriti. La maggior parte sono feriti da arma da fuoco.

Feriscono anche i proiettili vaganti e i colpi sparati in aria. Le esplosioni possono causare vittime di prossimità, ma i feriti si registrano entro un raggio che dipende dal tipo di detonazione. I nostri medici si trovano ad affrontare fratture esposte, suture, e a stabilire ordini di priorità». Un’attività sulla quale Emergency ha una esperienza ampia. «In Afghanistan, dove siamo presenti da trent’anni, accadeva esattamente questo. C’è la necessità di mettere a punto protocolli specifici per passare da un’attività all’altra. Il problema della clinica di Gaza è che si tratta di una clinica diurna, i pazienti che hanno bisogno di ospedalizzazione devono essere trasferiti altrove. Non abbiano la possibilità di svolgere interventi chirurgici e per quanto riguarda i materiali, beh, qualche settimana fa eravamo praticamente senza garze. In queste condizioni diventa complesso anche disinfettare le ferite. Sicuramente è più facile fare questo lavoro in contesti dove abbiamo accesso totale alle forniture».
Cosa che nella Striscia di Gaza non avviene. «Non ci rendiamo conto di quante cose diamo per scontate e che qui mancano. Avevamo la necessità di raccogliere i dati dei pazienti dopo il triage, in modo che l’infermiere o il medico potessero capire chi avevano davanti, di quali patologie soffriva. Ma non si trovava carta. Non riuscivamo a fare delle schede cliniche utilizzabili. Così abbiamo pensato di utilizzare dei tablet». Tablet che, però, hanno una batteria che va ricaricata. «I pannelli solari non possono entrare nella Striscia come materiale umanitario. A Gaza l’energia elettrica non c’è, l’unica luce disponibile è quella del sole. Ci siamo arrangiati con dei pannelli che abbiamo trovato qui. Si tratta di beni molto scarsi e con costi molto elevati. Ma il momento peggiore è stato quando non si trovava cibo. Adesso il materiale umanitario fatica ad entrare, ma almeno comincia a circolare».
Andrea Frison
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