Stupore, gratitudine, gioia, trepidazione: questi i sentimenti provati giovedì scorso alla notizia della fumata bianca. I cardinali hanno fatto presto, prima di quanto si potesse immaginare. Dunque non dovevano essere divisi come molti avevano insinuato.
In Piazza San Pietro accorrono in fretta 150mila persone. Stupisce questo richiamo spontaneo, segno di quanto abbiamo bisogno di un Pastore, di un punto di riferimento, di una guida spirituale. In ogni paese e ci à ci si raduna in fretta da vanti ad uno schermo. In casa davanti alla TV. Fuori a orno a quello di un telefono. C’è chi ha seguito l’Habemus Papam in farmacia, chi al supermercato o nel cortile della scuola dopo il consiglio di classe, in treno tornando dal lavoro o perfino in palestra. Suonano le campane delle nostre chiese. Sembra che tutti improvvisamente si ricordino di essere cattolici. Arriva l’annuncio. Al “Robertum”, pronunciato dal cardinale protodiacono con un sorriso un poco sornione, le scommesse di molti evaporano in fretta. Alcune troupe televisive accorse troppo velocemente nel posto sbagliato rientrano con la coda tra le gambe. Chi sarà costui? Poi ecco il cognome: Prevost. Il conclave ancora una volta sorprende. Ne eravamo certi. Il più papabile tra gli statunitensi, ma non c’era mai stato un Papa del Nord America e non si pensava che questo potesse essere il momento adatto per una tale prima volta. Ma la Chiesa non fa calcoli politici, o almeno non si lascia condizionare da criteri di opportunità umana. Alla fine siamo sempre e comunque stranieri su questa terra. Non esistono nazionalismi tra i cattolici, cittadini del mondo ben prima della globalizzazione economica. Possiamo amare e servire in ogni luogo, senza mai sentirci del tu o a casa in nessun posto. La Patria è altrove. Fratelli di tutti, abbiamo per concittadini i piccoli e i poveri della terra. Tutti siamo stranieri e ospiti, nessuno è mai clandestino.
Padre Bob è nato e cresciuto a Chicago, da una famiglia con radici francesi, spagnole e italiane, ha studiato a Roma, è stato missionario e vescovo in Perù. Se papa Francesco nel 2023 lo ha voluto a Roma a capo di uno dei dicasteri vaticani più delicati e importanti, un motivo doveva esserci. Le sue prime parole da Papa le pronuncia in italiano e in spagnolo. La benedizione è in latino. Per l’inglese bisognerà attendere la mattina dopo. Colpisce il tratto umano, la commozione grande. Ma subito si intuisce anche la fermezza teneramente espressa e l’intima convinzione di essere portatore di un messaggio di pace e di salvezza che il mondo da solo non è in grado di darsi. I suoi primi interventi comprendono numerose citazioni di tanti suoi predecessori: papa Francesco, ma anche Giovanni Paolo II e Paolo VI. Di quest’ultimo, parlando ai cardinali, ricorda le parole di inizio pontificato. Era il 1963 e papa Montini auspica va che “una grande fiamma di fede e di amore accendesse gli uomini di buona volontà”. Leone XIV dopo Francesco come Montini dopo Roncalli? Forse. In ogni caso nel segno di quella continuità tanto ben descritta e dimostrata dal nostro cardinal Marchetto. Del cattolicesimo statunitense, Leone porta intanto salutarmente con sé alcune peculiari modalità espressive.
Aperto e in continuità con Francesco nei contenuti, nella forma risulta invece più tradizionale. Non tradizionalista, si badi. Ma intrepreta e ci consegna con semplicità ed efficacia un universo simbolico e un modo di esprimersi che molti stavano, per motivi fattisi un poco ideologici, frettolosamente liquidando, perdendo qualcosa della nostra identità e delle nostre certezze. E il riferimento non è tanto alla mozzetta rossa (come se da questa dipendesse la verità del cattolicesimo), ma a quel suo farci dire insieme l’Ave Maria, o chiederci di “pregare per le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata di cui la Chiesa ha tanto bisogno” o ancora in quel ribadire l’assoluta centralità di Cristo, “che non è un superuomo, ma il Figlio del Dio viven te”.
Papa Leone, ne siamo certi, come lo scriba divenuto discepolo del Regno dei Cieli ci farà riscoprire la bellezza, il dono e anche la responsabilità del nostro essere cattolici nel mondo di oggi, tra tante cose nuove e la Verità che non tramonta.
Alessio Graziani, donalessio@lavocedeiberici.it
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