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Home Interviste

Aime: «La religione riscopra il suo ruolo “sociale”: aggregare le persone»

23 Giugno 2021
in Interviste, In primo piano
0
Aime: «La religione riscopra il suo ruolo “sociale”: aggregare le persone»

Marco Aime

Tra i principali intellettuali italiani, l’antropologo Marco Aime, 65 anni, avrà il compito di dare il “là” alla riflessione sulla fraternità che il Festival Biblico porterà a Vicenza nel fine settimana dal 24 al 27 giugno, in quelli che saranno i giorni “clou” della stagione culturale che ha preso il via a gennaio. 

Professor Aime, la parola “fraternità” rientra, e se sì come, nell’orizzonte degli studi dell’antropologia? La disciplina appare più orientata a mettere in luce e le differenze tra le società e i gruppi umani…

«Quest’ultima affermazione è in parte corretta e in parte errata. È vero che l’antropologia punta molto sul ruolo delle specificità culturali ma anche sugli elementi che accomunano le diverse culture. Soprattutto nell’antropologia più recente e contemporanea, la ricerca è orientata ad individuare quei valori trasversali che, in qualche modo, ci dicono che esistono elementi comuni tra le società umane. Per quanto riguarda la sua domanda, in antropologia non si usa il termine “fraternità”, si preferisce parlare di “comunità” e in questo senso direi che sì, l’orizzonte della fraternità umana rientra nell’orizzonte dell’antropologia, specialmente dove si evidenzia che tra le culture umane esistono molte differenze ma anche molti punti in comune».

Nel suo recente libro “Comunità” (il Mulino, 2018) afferma che la società urbano-industriale ha indebolito “relazioni e rituali depositari di una memoria collettiva”, una tendenza rafforzata da internet, dalle web communities e dai social network. Nel libro però sosteneva che il bisogno di “comunità” rimane e auspicava lo sviluppo di “comunità di prossimità”. Come rilegge le sue tesi alla luce della pandemia che ci ha costretti al distanziamento?

«Credo che il desiderio di comunità non si sia estinto ma che sia invece cresciuto il desiderio di una comunità allargata, perché si è capito che questa pandemia o la si vince tutti insieme o non la si vince. È vero anche questa questa tendenza convive con un’altra di segno completamente opposto: dopo una prima fase in cui si è espressa una certa idea di fratellanza e di solidarietà si è ricaduti a coltivare distinzioni, specificità, nazionalismi… Quello che è certo è che l’esperienza della pandemia riconfigurerà le nostre comunità. Il lavoro o la scuola a distanza a cui siamo stati costretti non verranno abbandonati, almeno in parte, e in alcune situazioni diventeranno strutturali. Cambierà l’immagine che avremo delle relazioni e il nostro modo di rapportarci. Il lavoro, in particolare, non rappresenterà più un’attività collettiva e socializzante».

Nel suo libro e in diversi interventi pubblici parla frequentemente di “comunità di prossimità”, auspicando una loro diffusione. Cosa intende con questo termine?

«È un termine con il quale identifico piccole comunità di quartiere in cui gli scambi siano relazione, incontro, ritrovo, condivisione di spazi. Comunità che poi possono mettersi in rete e collegarsi con altre. Tutto questo rappresenta una sfida soprattutto per le grandi città dove è difficile riuscire a creare un’idea di comunità su territori così vasti, frammentati e molto popolati».

La pandemia è arrivata a scompigliare le carte anche su questo tema. Con l’esplosione dello smart working tanti lavoratori che prima erano pendolari non si stanno più recando negli abituali luoghi di lavoro, preferendo alla città la “quiete” dei paesi limitrofi, più “remunerativi” anche in termini di relazioni sociali. Trova che stiamo assistendo a un “fallimento” delle città, sempre più “svuotate” di persone e relazioni?

«La “fuga” dalla città era iniziata già da qualche tempo, la pandemia ha dato un’ulteriore spinta. Il fatto che si stia ampliando il numero di persone che lavoreranno da casa potrà rivitalizzare i piccoli centri, mentre dalle città verrà preso solo ciò che serve. Certo, le città rischiano così di diventare un supermercato, un luogo dove “ci si va” ma no dove si vive».

Il tema delle “comunità” è molto vicino alla sensibilità del mondo ecclesiale. Come si gioca, secondo lei, il fattore religioso su questo argomento?

«Credo che l’azione e la spinta data da Papa Francesco sia fondamentale. Oggi viviamo in una religione molto secolarizzata. La religione deve forse ritrovare un ruolo più “sociale” per aggregare le persone non solo con finalità religiose ma per ricreare una base condivisa di valore. D’altronde l’etimologia stessa della parola “religione” deriva da raccogliere, legare, mettere assieme».

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