Il discepolo amato dal Maestro ha la testa tra le mani, si sente solo, solo tra tutti.
Il tema della Croce, nonostante sia di fondamentale importanza per i cristiani, è stato codificato e appare piuttosto tardi nell’iconografia cristiana. Nelle raffigurazioni di epoca paleocristiana viene rappresentato il simbolo della Croce, ma senza l’immagine diretta di Cristo crocifisso. Le prime immagini di Gesù sulla croce risalgono al V sec.; si tratta, tuttavia, di un Christus triumphans, trionfante sulla morte, molto spesso effigiato con una corona sul capo e gli occhi aperti.
Per lungo tempo permane questa icona di Cristo. Solo a partire dall’XI secolo comincia ad affermarsi la rappresentazione del Christus patiens: Gesù morto sulla croce, il corpo inerte che si abbandona al suo stesso peso, con la testa esanime e reclinata verso un braccio. L’immagine di Gesù crocifisso aveva il compito di sottolineare la natura umana di Cristo ed esprimere il senso del dolore, della sofferenza; una raffigurazione che approda ad esiti particolarmente drammatici nel XVII secolo. L’arte contemporanea, infine, manifesta più che mai, nella morte in croce, il momento di silenzio, di solitudine, il dramma che investe terra e cielo.
È questa l’atmosfera che pervade il dipinto di Rangoni dove Gesù viene tratteggiato con lunghe pennellate verdi e nere, a sottolineare il corpo livido e morto del Salvatore appeso alla Croce. Stupenda la soluzione compositiva con il Figlio di Dio e la Croce posti in primo piano obliquamente rispetto alla superficie della tela e le persone disposte intorno, come seguendo idealmente il tracciato di un’ellisse. La Madre e l’apostolo prediletto sono ai piedi del Sacro Legno: l’una con lo sguardo rivolto al volto del Figlio, l’altro con la testa stretta fra le mani in un gesto che pienamente ci restituisce il dolore della perdita, l’incomprensione e il senso di sgomento di tale atroce momento.
Nell’ora della morte di Gesù, il sole si oscurò. Lo sfondo tempestoso e tetro del cielo – è un buio di crescente intensità – fa da sfondo ai due ladroni crocifissi, dai volti molto diversi: quello di destra è sfigurato dalla cattiveria mentre su quello di sinistra sta arrivando un raggio di luce che gli fa alzare con speranza la testa. È l’ora della storia che vive l’oscurità di Dio. Anche ai nostri giorni, per la smisurata sofferenza e cattiveria degli uomini il volto di Dio appare oscurato, irriconoscibile.
«Gesù assume in sé l’intero Israele sofferente, l’intera umanità sofferente, il dramma dell’oscurità di Dio, e fa sì che Dio si manifesti proprio laddove sembra essere definitivamente sconfitto e assente. La croce di Gesù è un avvenimento cosmico. Il mondo si oscura, quando il Figlio di Dio subisce la morte» (J. Ratzinger). Gesù è morto, il suo corpo è solo una serie di tratti spezzati, senza vita. I soldati “Venuti da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua» (Gv. 19,31-34) «Questo infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso» (Gv 19,36). Gesù inclina il capo prima di spirare, mentre normalmente dovrebbe avvenire il contrario. Il capo che si reclina allude a un atto di obbedienza, quell’obbedienza al Padre che ha retto tutta la vita di Gesù.
La morte di Gesù appare il compimento dell’amore. La croce è il sigillo di una vita donata fino all’ estremo, fino alla fine, fina al punto di non ritorno. Gesù aveva detto: “Nessuno ha amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 13). Gesù dona la vita anche per i nemici e continua a chiamare amico colui che gli si fa nemico. La croce è la libertà dell’amore che giunge ad amare il nemico.
Ai piedi della croce sta la Madre e, accanto a lei, il discepolo Giovanni, cui Gesù ha dato la reciproca consegna, dono dell’uno all’altra. La Madre è avvinta al corpo del Figlio, il suo volto si è fatto anziano, poche ore hanno avuto per lei la durata della stessa storia, ma quella croce la sta già illuminando… sta capendo la realtà infinita di quel Figlio donatole, mai pienamente suo. Giovanni è seduto, la testa tra le mani, sconvolto da un dolore lancinante che lo sta straziando: il discepolo amato dal Maestro si sente solo, è solo nel dipinto, solo tra tutti, seduto da solo, l’unico seduto.
Alla sinistra il gruppo delle donne è un pianto, lamenti di prefiche che maledicono la morte, con i capelli sciolti, prese dai lamenti funebri: per loro non c’è ancora luce! Alla destra troviamo i soldati, indifferenti, pensosi di altro, desiderosi probabilmente di chiudere la giornata. Ma c’è di nuovo il soldato con la lancia, attonito, pensoso, preso da una vicenda che lo sta cambiando totalmente. La tradizione cristiana ci parla di Longino, che ha aperto il cuore del Signore colpendolo con la sua lancia. Al termine del drammatico racconto della Passione, l’evangelista san Marco annota: “Il centurione, che si trovava di fronte a lui avendolo visto spirare in quel modo disse: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!” (Mc 15, 39). Longino ci è di esempio: ha dichiarato che Gesù è il Cristo, si convertì ai piedi della Croce e lo testimoniò con il martirio.
«È per amore nostro che Cristo muore in croce! Fermiamoci a contemplare il Suo volto sfigurato: è il volto dell’Uomo dei dolori, che si è fatto carico di tutte le nostre angosce mortali. Il suo volto si riflette in quello di ogni persona umiliata e offesa, ammalata e sofferente, sola, abbandonata e disprezzata. Versando il suo sangue, Egli ci ha riscattati dalla schiavitù della morte, ha spezzato la solitudine delle nostre lacrime, è entrato in ogni nostra pena e in ogni nostro affanno». (Benedetto XVI)


