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Donne lavoratrici: manodopera a basso costo

19 Ottobre 2019
in Attualità, In primo piano
0
Donne lavoratrici: manodopera a basso costo

(foto di Laura Fuhrman)

La disparità di trattamento economico delle donne
rispetto ai colleghi maschi è lampante. Anche nel Vicentino.

«Un giorno si è presentata al nostro sportello di Arzignano una lavoratrice di una piccola ditta metalmeccanica della vallata del Chiampo. Era stata licenziata e ci chiedeva se potevamo fare qualcosa. Lavorava da otto anni, era stata assunta con un contratto di apprendistato di 3 anni e successivamente le avevano fatto un contratto di apprendistato di 5 anni. La cosa che è balzata subito all’occhio era la differenza con il fratello, dipendente della stessa ditta ma assunto fin da subito con un contratto da operaio e non da apprendista. I due svolgevano mansioni molto simili ma la donna in 8 anni aveva guadagnato poco più della metà del fratello». A raccontare la storia è Daniele Mezzalira, coordinatore dell’ufficio legale sindacale della Cisl di Vicenza. Se c’è un luogo in cui si va a vedere il dettaglio delle differenze retributive tra uomini e donne, è proprio questo. Eppure, non sono frequenti le vertenze legate strettamente al salario. Anche nel caso appena descritto, «la donna si è rivolta al nostro ufficio per vedere se il licenziamento era impugnabile ed effettivamente lo era – spiega Mezzalira -. Ma non aveva la minima percezione dell’ingiustizia che subiva in terminisalariali». Lo studio delle differenze salariali è molto complesso. Recentemente l’Istat ha pubblicato una statistica nella quale spiega che, in Italia, si è passati da una diminuzione delle retribuzioni di oltre il 6% registrata tra il 2011 e il 2013 e la crescita dell’1% tra il 2014 e il 2015. Nel settore privato, la retribuzione oraria lorda era in media di 14,98 euro. Il 10% delle posizionilavorative meno retribuite riceve in media 7,2 euro l’ora. La “parità di genere” si vede proprio in questa fetta di lavoratori, dove gli uomini sono il 53,5% e le donne il 46,6%. Più si sale nella retribuzione e più le donne diminuiscono, fino ad arrivare al 10% delle posizioni lavorative più retribuite, dove gli uomini sono presenti per il 71% e le donne per il 17,6%. “All’aumentare del livello di istruzione – scrive ancora l’Istat – cresce la retribuzione oraria per uomini e donne, ma cresce anche lo svantaggio retributivo per le donne. Per le posizioni con la laurea e oltre la retribuzione oraria delle donne è di 16,1 euro contro 23,2 euro degli uomini”.

Tuttavia, a parte le puntuali dichiarazioni del politico di turno, il tema non è sembra essere il più urgente in agenda. «Il fatto che non ci siano vertenze in corso non vuol dire che il problema non c’è ma che la questione è stata talmente metabolizzata nel tessuto sociale, che i lavoratori e le lavoratrici la danno per normale – è l’opinione di Matteo Filippi, anche lui dell’ufficio legale Cisl -. È come se le lavoratrici, che dovrebbero denunciare la cosa, si fossero rassegnate».

Le leggi non bastano – afferma la Cisl Vicentina -. Serve più contrattazione aziendale.

Senza mettere in campo discriminazioni “sessiste” (ma che siano del tutto assenti non è da escludere), per Roberta Zolin, membro della segreteria della Cisl vicentina con delega alle pari opportunità, una delle origini del problema nella disparità di trattamento sta nel fatto che «la cura dei figli e sempre di più degli anziani è affi data alle donne. Pertanto una donna più che uno stipendio maggiore è più portata a chiedere flessibilità di orario o part time a fronte di un reddito minore ». Un altro tema chiave, secondo la sindacalista, sono i percorsi di carriera, «che dovrebbero essere sempre presi in considerazione quando si parla di welfare. Una volta mi è capitato di firmare un contratto aziendale in cui alla donna che si prendeva un permesso per la maternità o per accudire un parente veniva riconosciuto, al rientro, un corso di formazione per rimettersi al passo con i colleghi. Ma mi è capitato una volta sola e con una multinazionale».

Per far fronte al problema, conclude Zolin, «la legislazione non basta. La legge mette le basi, ma poi serve la contrattazione aziendale o territoriale, se le aziende sono troppo piccole. Il luogo di lavoro va adeguato in maniera diversa perché le persone sono diverse. Se non si riconosce la diversità come valore aggiunto, allora una parte rimarrà sempre penalizzata. E in quella parte ci saranno sempre le donne».

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