È “democrazia” la parola che Michele Polga sceglie per per dire cos’è il jazz, a partire da quello che succede sul palco quando i musicisti suonano, «non importa che siano due, quattro o dieci: tutti concorrono al suono che arriva il pubblico. E se c’è buona democrazia, cioè capacità di guardare gli altri e dare il proprio contributo, allora il suono è potente. Se non c’è buona democrazia il suono è debole».
Originario di Lugo, poi bassanese e ora in pianta stabile a Padova dove insegna al conservatorio, Michele Polga è uno dei più apprezzati sassofonisti italiani. Ha suonato con artisti italiani e internazionali e venerdì 6 novembre sarà a Bassano, in duo con il pianista Enrico Pieranunzi, altro musicista nostrano di caratura internazionale. Cresciuto in una famiglia di musicisti, da ragazzo Polga ha iniziato a studiare pianoforte per poi entrare nella banda comunale di Lugo, dove suonava il papà. «La passione vera per la musica è scattata in quel momento, tanto che ho mollato il liceo per iscrivermi al conservatorio di Bologna, dove ho studiato sax classico. Poi mi sono innamorato del jazz e ho proseguito gli studi a Trento a Siena e a New York».
Come è nata la collaborazione con Enrico Pieranunzi?
«In maniera fortuita una decina d’anni fa, grazie al mio amico batterista Mauro Beggio, di Valdagno, che con Pieranunzi aveva già suonato. Avevamo l’idea di registrare insieme alcuni brani, tra i quali proprio uno di Enrico. Una registrazione casalinga ma ben fatta, che poi gli abbiamo mandato. Ne è rimasto entusiasta e da lì è nato il desiderio di fare qualcosa insieme, divenuto realtà con l’album Perspectives (assieme a Beggio e al contrabbassista danese Thomas Fonnesbæk) e con questi concerti in duo. Una collaborazione di cui sono molto onorato».
Com’è essere un musicista professionista?
«Non è facile fare questo lavoro. Se vivessi solo di concerti farei davvero fatica. Ed è un po’ una conseguenza del fatto che è sempre più difficile suonare: mancano locali, club, rassegne musicali… Vale anche per me, che pure un piccolo spazio ce l’ho».
Credi che in Italia non ci sia abbastanza cultura musicale?
«Non solo, credo che la società si sia allontanata un po’ troppo dalla cultura in generale. Come se in qualche modo non avesse capito quanto il contatto costante con la cultura può aprire la mente e spingerti a ragionare, a fare un pensiero più profondo, un’analisi più concreta e non non risolvere le cose in maniera spiccia».
Secondo te oggi quanto spazio c’è da esplorare nel jazz?
«Se paragoniamo la musica a un linguaggio parlato, come possiamo svilupparlo? Con i contenuti, ma mantenendo le radici: certi vocaboli, la pronuncia, gli accenti… Il jazz è un contenitore molto ampio e in cento anni di storia ha avuto stagioni diametralmente opposte. Ma questo vale anche per la musica classica. Non si può rimanere relegati al azza delle origini quando gli strumenti e il mondo erano diversi. Ben vengano le contaminazioni. La mia preoccupazione è rimanere legato a quegli idiomi che ti fanno dire “Sì, questo è jazz”».
Tra gli artisti con cui hai collaborato, chi ti è rimasto particolarmente nel cuore?
«Dee Dee Bridgewater. Con lei ho avuto la sensazione di essere a contatto con una persona, un’entità artistica di livello molto elevato. Coinvolta fino al midollo, anche dal punto di vista dei diritti umani. Venire dalla provincia e trovarti catapultato in mezzo a persone di questa caratura artistica è incredibile».
I tuoi sassofonisti preferiti?
«Ne scelgo quattro, di un’altra epoca ma secondo me sono ancora i più moderni: John Coltrane, Wayne Shorter, Joe Henderson e Sonny Rollins».
Brenta Jazz
Da jam session a rassegna musicale, Brenta Jam si trasforma in Brenta Jazz e mette in rete luoghi, realtà e musicisti per offrire un ricco calendario musicale che si alternerà tra Sala Martinovich, in collaborazione con la Filarmonica Bassanese, e Villa Angaran San Giuseppe.
Alla Martinovich andranno in scena il duo Pirenanunzi- Polga (6/11), il Francesco Bordignon Trio (20/11), Lou Marini & The Italian Groovers (4/12) e XY Quartet (18/12).
A Villa Angaran San Giuseppe, il 10 novembre, la presentazione del documentario sulla Bassano Music Residency del 2025. Poi serate di jam session e laboratori si svolgeranno il 17 novembre, l’1 dicembre, e il 15 dicembre. Il programma riprenderà in gennaio e proseguirà fino all’estate per concludersi in luglio con il jazz festival Terre Graffiate sul Monte Grappa.
Andrea Frison
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