A luglio è successo a Novara. Ad agosto a Trento. La scorsa settimana a Digione, in Francia. Preti che si tolgono la vita. Di età diverse (dai 35 ai 75 anni), ma tutti stimati per il loro impegno e, almeno apparentemente, sereni e dediti al loro ministero. Fino a qualche anno fa sarebbe stato un tabù parlarne, soprattutto su un settimanale diocesano. Certamente sono notizie che si preferirebbe non dare, che mettono in crisi la nostra fede e gettano intere comunità nello sconforto più profondo.
Eppure è necessario avviare una riflessione schietta perché, al di là di questi esiti estremi, è evidente che c’è un disagio che cresce tra i sacerdoti. In questi giorni è iniziata nella nostra diocesi una nuova esperienza di ritiri periodici per i preti, occasioni preziose di spiritualità, riposo e fraternità. Ma forse non basta creare delle isole di pace in mezzo ad un mare in burrasca. La vita e il lavoro sono oggi complicati per tutti, ma questo non significa che si debba accettare qualunque cosa. Se il sistema non funziona più, almeno per quanto sta a noi, il sistema deve essere cambiato. E non solo per il benessere psicofisico dei preti, ma anche perché la Chiesa ritrovi la libertà e la serenità necessarie per adempiere con gioia la sua missione principale: evangelizzare.
A fine mese un’assemblea dei ministri ordinati metterà a tema proprio le difficoltà dei preti e l’abbandono, da parte di alcuni, del ministero. Le ragioni di tali crisi e defezioni sono diverse. Per alcuni sono di natura molto personale, legate spesso alla dimensione affettiva e sessuale. A volte anche noi preti ci portiamo dentro qualcosa di irrisolto che rischia di deflagrare mandando tutto all’aria rovinosamente. La vicenda di Alberto Ravagnani ne è dimostrazione tristemente evidente. Ma in molti altri casi, dove il ritorno allo stato laicale avviene senza grandi clamori mediatici o la depressione ci coglie silenziosamente, le ragioni sembrano risiedere soprattutto nella forma che il ministero sacerdotale ha assunto nel nostro mondo di oggi.
Quella della ridefinizione dell’identità e del ruolo del presbitero nella Chiesa è una questione annosa, uno dei nodi rimasti aperti dopo il Concilio Vaticano II. Già nel 1967, in modo profetico, nel saggio Metamorfosi del clero, Ivan Illich metteva in guardia dal pericolo di passare da un’aristocrazia sacerdotale dedita soprattutto a funzioni di culto (che comunque, seppur in modo paternalistico, viveva una cura pastorale nei confronti della porzione del popolo di Dio affidatagli) ad una classe di preti da scrivania, più funzionari, gestori e amministratori che pastori e missionari tra la loro gente. La scorsa settimana don Giorgio Bozza, su La Difesa del Popolo, si chiedeva: “Che cosa significa oggi, concretamente, fare il parroco? Tenere in piedi un patrimonio immobiliare, firmare carte per la sagra, rendicontare, adeguarsi a normative su sicurezza, privacy, tutela dei minori; gestire dipendenti della scuola dell’infanzia e i volontari, cercare fondi per sistemare il campanile, presiedere consigli di comunione; e poi, se avanza tempo, annunciare il Vangelo. Il tutto moltiplicato per tre, quattro, cinque campanili”.
Secondo un’indagine compiuta nel 2025 nelle diocesi degli Stati Uniti d’America, quasi la metà dei preti non se la sentirebbe più di fare il parroco, desiderando vivere il proprio sacerdozio in una cura pastorale più spirituale, che non abbia i tratti dell’amministrazione di un’azienda (peraltro quasi sempre con problemi economici e di carenza di personale). D’altro canto è anche vero che la disaffezione alla pratica religiosa, le sfide di una società laica e plurale, la perdita di rilevanza sociale possono spingere molti preti a rinchiudere nel rassicurante perimetro di un ufficio (curiale o parrocchiale) l’orizzonte del proprio ministero. Ma per riaffezionarsi alla vita e al ministero, per ritrovare la gioia del Vangelo, è necessario uscire e poterlo fare con la leggerezza e la libertà di chi possiede poco o forse nulla.
Alessio Graziani, donalessio@lavocedeiberici.it
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