Il Card. Giorgio Marengo, 52 anni, è Prefetto apostolico in Mongolia, dove vive dal 2003, e vede crescere una Chiesa visibile da 35 anni. I cristiani cattolici sono 1.716 e le nazionalità dei missionari 29. Lo scorso 1 ottobre è intervenuto a Vicenza durante nella veglia missionaria diocesana. Lo abbiamo incontrato.
“Sussurrare il Vangelo” è un’espressione che le è molto cara. Cosa significa oggi? È un invito anche per l’Europa?
«“Sussurrare il Vangelo” al cuore della Mongolia è un’espressione nata dalla realtà mongola, ma che credo si possa applicare a tutti i contesti. È vivere la missione come condivisione della fede in Cristo, provando ad arrivare sempre più in profondità in questa comunicazione di fede. Questo presuppone fiducia, stima, amicizia… e tempo. In fondo, le cose importanti le diciamo nella custodia di una relazione profonda e duratura».
Cosa si può dire a chi vuole partire per la missione?
«È una grande opportunità, da non perdere e da vivere con l’umiltà di mettersi in cammino, sapendo che magari è un’esperienza limitata nel tempo, che non si possono fare grandi cose… L’atteggiamento giusto è quello di voler conoscere, ascoltare, vedere e offrire poi la propria testimonianza, con tanta semplicità e umiltà. Allora è un’esperienza che può segnare la vita in modo profondo e positivo».
La Mongolia la sta aiutando nella sua fede?
«Mi sta aiutando tanto perché mi porta all’essenziale, lasciando perdere il superfluo e a concentrarmi sulla relazione personale con Cristo, la crescita nella fede e nella preghiera… Non sempre tocchiamo la dimensione spirituale della missione, ma è fondamentale. Accompagnare una piccola comunità credente è una continua provocazione per noi missionari, per verificare su cosa poggiamo la nostra azione e com’è la qualità delle nostre relazioni, tra di noi, con il Signore e con le persone a cui siamo inviati…».
Quali aspetti della missione ha scoperto in Mongolia?
«La dimensione radicale della missione. Pensando al nostro servizio missionario, immaginiamo tante cose, ma la Mongolia mi fa capire che tra tutte, quelle veramente essenziali sono: la relazione con Cristo e la relazione fra di noi. In Mongolia s’impara anche la precarietà della presenza della Chiesa, per vari motivi. L’assenza di grandi strutture ci permette di puntare più sulle relazioni personali e di essere consapevoli che stiamo aiutando una comunità cristiana locale a formarsi; quindi, non dobbiamo riprodurre in modo acritico modelli che portiamo dentro. E poi mi sento provocato ad una riflessione continua su come offrire la testimonianza cristiana perché raggiunga il cuore delle persone».
Cosa le ha regalato la Mongolia?
«La gioia di vedere persone che si aprono alla presenza di Cristo nella loro vita per la prima volta, spesso scegliendo di seguire Cristo in maniera anche molto coraggiosa, rischiando incomprensioni sociali e familiari. E poi la bellezza di veder crescere una piccola comunità, che non esisteva e grazie al coraggio di 3 o 4 persone diventa comunità, in certi casi parrocchia».
Naike Monique Borgo
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