Dove un tempo campeggiava la ghigliottina, simbolo del terrore rivoluzionario, papa Leone celebra l’Eucaristia alla presenza di oltre 800mila persone. Qualche minuto prima si era raccolto in preghiera a poca distanza, nel luogo dove nel settembre del 1792 oltre cento preti, religiosi e vescovi cattolici vennero massacrati in seguito al rifiuto di aderire ai dettami della Rivoluzione francese.
Ai Vespri a Notre Dame Leone XIV ricorda che la cattedrale, luogo di storia e di bellezza, patrimonio dell’umanità, «come ogni altra chiesa, è stata innalzata per la preghiera e la lode di Dio» e che pertanto «svuotata dell’azione liturgica, perderebbe la sua anima».
Nelle prime tappe a Parigi, parlando prima all’Eliseo e poi all’Unesco, il Papa aveva scandito, con la mite fermezza che abbiamo oramai imparato a conoscere, che per la fede cristiana «il mistero della persona umana trova la sua piena luce in Cristo» e che le tradizioni religiose svolgono un ruolo necessario e insostituibile in quella ricerca del senso della vita che è ciò che ci mantiene umani nella «civiltà delle macchine».
Parole impensabili da ascoltare fino a non molto tempo fa nella laicissima Francia, anche sulla bocca di un Papa. E che pure non hanno in alcun modo il sapore della rivincita o della riscossa. Non c’è negli interventi di Leone XIV durante il suo ultimo Viaggio Apostolico nessuna idealizzazione o riferimento nostalgico al passato, nessuna rivendicazione delle tanto discusse «radici cristiane» della Francia e dell’Europa, nessuna volontà di tornare ad occupare spazi.
Il Papa coglie i semi di bene presenti oggi (un nuovo interesse di tanti giovani per la religione, l’aumento costante dei catecumeni, il fenomeno dei «ricomincianti» nella fede, il lavoro prezioso delle opere educative e sociali cattoliche…) e invita la Chiesa francese ad essere «una presenza missionaria semplice e benevola, che aiuti anche la composizione delle differenze culturali e la guarigione delle ferite presenti nelle nostre società. Dalle coste del nord fino al Mediterraneo, dalle aree interne ai dipartimenti d’oltremare, siate una Chiesa viva – ha esortato – multiforme e vicina. La povertà di mezzi non impedisce la missione, poiché è la grazia di Dio a facilitare la libertà interiore e la sobrietà della vita, così da riflettere uno stile evangelico».
Nonostante le sorprendenti folle presenti a Parigi e l’autorevolezza morale riconosciutagli trasversalmente su grandi temi sociali come la pace, i migranti, la crisi ambientale o l’intelligenza artificiale, Leone XIV è ben consapevole che i cattolici francesi sono una minoranza, come del resto lo è oramai la Chiesa in tutto il mondo occidentale.
Ma proprio da questa minoranza, come ha sottolineato nei giorni scorsi la filosofa francese Nathalie Sarthou-Lajus, potrebbe provenire di nuovo un «soprassalto di immaginazione politica» che aiuti l’Europa a ritrovare sé stessa.
Non è un caso che il viaggio in Francia di papa Leone si sia concluso a Metz, la città di Robert Schuman, uno dei padri fondatori dell’Europa Unita, con un incontro interreligioso dedicato alla pace, al dialogo e all’unità.
Mentre in molti Paesi europei avanzano nazionalismi che brandiscono la croce come arma identitaria e il principio democratico appare sotto attacco, il Papa ricorda che un’antropologia e una sociologia realmente cristiane non possono che fondarsi sull’idea di una fratellanza universale e che non può esistere un’identità realmente cattolica senza Cristo e il suo Vangelo.
Forse davvero dalla Francia sta iniziando qualcosa di nuovo. Un nuovo e fecondo rapporto tra religione, cultura, politica e società, lasciandoci finalmente alle spalle il laicismo esasperato delle sinistre e senza cadere nella trappola pericolosa dei sovranisti di destra.
Alessio Graziani, donalessio@lavocedeiberici.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA

