Don Michele Roselli, vicario episcopale per la formazione, responsabile della pastorale catechistica di Torino e Susa e relatore dell’Assemblea diocesana di sabato 19 settembre, lo dice chiaramente: «Occorre guardare più agli adulti che ai bambini, perché l’iniziazione cristiana non garantisce di restare cristiani tutta la vita, anzi». Lo abbiamo incontrato.
Come legge i dati sul cristianesimo attuale?
«Il dato di chi frequenta la Chiesa, per motivi diversi, è in diminuzione da tempo ed è quello che continua a colpire. È il fenomeno della secolarizzazione, che sottolinea la diminuzione della pratica religiosa, ma anche che l’adesione può avvenire nei modi più svariati. Questo è segno di speranza!»
Un futuro che rischia di profumare di passato…
«Guardare con un occhio rivolto al futuro e non soltanto al passato, significa non pensare il futuro come mera riproposizione del passato: non ricostruiremo la cristianità, cioè quel tempo storico in cui non si poteva che essere cristiani. Gli studi, ma anche la prassi, anche nella mia Torino, lo confermano. Benedetto XVI, già negli anni ’70, indicava che si sarebbe ripartiti da una Chiesa- lievito, più piccola, ma più spirituale. Oggi ci viene chiesto di tornare all’essenziale della fede. Non si crede più in modo passivo, per eredità. Si sceglie di credere».
Quali sono le situazioni che possono diventare più feconde?
«Siamo ancora troppo concentrati sul modello della catechesi dei bambini, che non perderei, ma certo ridimensionerei. Spesso i cammini di fede non sono lineari, si interrompono e talvolta rinascono quasi sempre in uno snodo della vita. La scintilla è esistenziale, relazionale: un evento della vita, un trasferimento, l’incontro con persone significative. Raramente avviene “per via istituzionale”. Ci sono molti “ricominciamenti” ».
Questa lettura ci rasserena rispetto all’idea di un cristiano perfetto…
«Una delle sfide è di smettere gli occhiali del cristiano perfetto, perché ci è chiesto di dare credito alle persone nei racconti della loro fede, anche quando è imprecisa, perché è quello che li fa vivere. Dare credito vuol dire fermarsi e prendere sul serio questo inizio intuitivo, affettivo, spirituale nel senso più largo possibile. Certo, questo inizio va poi accompagnato: l’annuncio della fede cristiana chiede di aprirsi al Dio inatteso, all’esperienza di altri testimoni, al Vangelo nella sua radicalità e alla vita comunitaria. Eppure questo livello intuitivo, per quanto imperfetto, non va trascurato. La parrocchia può diventare il luogo in cui la ricerca trova radici, struttura e comunità. È un ruolo prezioso, anche se diverso da quello che immaginiamo».
E come porsi con un adulto “ricominciante”?
«La fede degli adulti e la libertà sono gli ambiti su cui lavorerei. Togliere un po’ d’enfasi alla catechesi dei bambini vuol dire recuperare anche forze e lucidità per avere delle persone che possano accompagnare questi nuovi inizi esistenziali, liberi che sono la prova del nove del cristianesimo. Si tratta di scoprire quali sono le tracce di Dio nella vita di tutti, non di corrispondere ad una forma. Molto si giocherà nell’ambito della carità, quindi la cura delle relazioni, tutte. Valorizzerei, per esempio, una ministerialità dell’ascolto, non soltanto gli accompagnamenti spirituali, e opterei per riprendere voce nella cultura (cinema, libri…). Bisogna cercare i germogli che funzionano, anche al di là dei confini visibili delle parrocchie».
Lei dice che servono spazi nuovi. Cosa intende?
«A Torino stiamo lavorando per trasformare un ex negozio di proprietà della curia in un luogo di ascolto e di incontro reciproco. Sarebbe ancora meglio se fosse fuori dalla parrocchia, perché per molte persone siamo “inarrivabili”. Da anni sogno, per esempio, una cena nel giorno di San Lorenzo alla Sacra di San Michele – luogo di spiritualità della Valsusa, ma non più parrocchia, ndr – con la musica dei violini, un astronomo e la lettura di pagine bibliche in cui si parla di stelle. Una serata spirituale, ma non dichiaratamente. Presterei attenzione anche al mondo della scuola, che incontra quasi tutti i ragazzi, mentre la frequenza media degli oratori si attesta intorno al 3%».
Nella reciprocità?
«I cristiani non hanno il Vangelo in mano come un possesso da dare a chi non ce l’ha (ancora o non ce l’ha più). Tutti siamo perennemente destinatari del dono di Dio, che ci raggiunge anche attraverso gli altri. Per questo tutti possiamo imparare da tutti, anche nella fede. Possiamo raccogliere ciò che lo Spirito ha seminato nell’altro come un dono anche per noi. Leggiamo il Vangelo con gli altri, non solo per gli altri. L’altro, qualunque altro, mi evangelizza. Siamo tutti in perenne stato di primo annuncio».
Questa visione tocca le relazioni e il modo di vivere l’autorità, anche nella Chiesa…
«La simmetria dell’ascolto del Vangelo significa continuare a imparare: in questo la ministerialità è un ottimo allenamento e ci aiuta a prendere sul serio i carismi riconosciuti. Anche chi esercita l’autorità deve lasciarsi interpellare da questi doni e fare spazio a responsabilità che non sono semplici supplenze».
Naike Monique Borgo
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