C’erano una volta i contadini inurbati, quelli che dalle zone agricole più depresse della regione cercavano un lavoro nei nascenti poli industriali del Veneto. A loro si aggiunsero presto decine di migliaia di migranti provenienti dal sud Italia. Poi, dagli anni ‘90 iniziarono ad arrivare tra noi indiani, bengalesi, cinesi, marocchini, albanesi e rumeni. Infine, dal 2010, è scoppiata la crisi dei richiedenti asilo che dai paesi subsahariani giungono in Italia per la rotta mediterranea (affrontando deserti, campi di detenzione, traversate sui barconi) o per quella a piedi, estenuante e non meno pericolosa, dei Balcani. Dal secondo dopoguerra il Veneto si è trasformato così da terra di emigrazione di massa a luogo di immigrazione in cui, oggi, i cittadini di origine straniera rappresentano il 10 % della popolazione. Circa mezzo milione di persone, in larga parte impiegata nelle nostre attività produttive e assistenziali. Ogni nuovo arrivo di migranti porta con sé storie, culture, tradizioni e stili di vita, lasciando un segno del proprio passaggio, e obbligando comunità e territorio a ridefinirsi.
Ci sono luoghi in cui queste “stratificazioni” appaiono più evidenti, quasi dei “siti archeologici” che, studiati dai sociologi, ci aiutano a capire meglio il complesso fenomeno delle migrazioni. Uno di questi luoghi, oggetto di un interessante articolo sull’ultimo numero della rivista Quaderni di Sociologia di Torino, è Alte Ceccato, popolosa e multietnica frazione di Montecchio Maggiore. Due giovani ricercatori vicentini dell’Università Milano-Bicocca, Leonardo Barban e Davide Marchi, ne hanno ricostruito la storia e ascoltato i residenti, mostrando come si tratti di un caso emblematico di stratificazione migratoria e abitativa. Le case (condomini e villette) inizialmente costruite da Pietro Ceccato per i suoi dipendenti provenienti da altre zone del Veneto e dal Meridione, dopo la crisi dell’azienda divennero abitazione dei nuovi immigrati, soprattutto quelli provenienti dal Bangladesh, che trovavano impiego nei vicini distretti metalmeccanico e della concia di Chiampo e Arzignano. Dalla metà degli anni ’90 fino al 2010 molti di loro arrivarono ad acquistare le case in cui vivevano, ma dal 2017 iniziò una forte emigrazione dei bangladesi verso altri paesi d’Europa, in particolare il Regno Unito, alla ricerca di migliori possibilità lavorative. Quelle stesse case sono oggi in larga parte abitate dall’ultima generazione di migranti, quelli provenienti dai Centri di Accoglienza Straordinaria, che, anche quando ottengono un impiego, restano in uno stato di precarietà decisamente maggiore di chi li aveva preceduti.
“Negli ultimi anni gli immigrati, che svolgono perlopiù lavori pesanti, precari e sottopagati e sono tenuti in uno status giuridico di incertezza, – scrivono Barban e Marchi – sono oggetto di politiche ben precise che riproducono all’interno dei nostri confini nazionali il processo di secolare assoggettamento e di inferiorizzazione materiale e simbolica delle popolazioni del sud del mondo… tenuti ai margini della vita pubblica, vi compaiono spesso solo come oggetto di retoriche razziste atte a giustificare politiche securitarie”. In questo quadro politico e culturale, anche gli immigrati che sono in possesso di regolari contratti di lavoro si vedono quasi sempre negare l’accesso al credito bancario o la possibilità di affittare regolarmente un appartamento. Per loro non restano che alloggi fatiscenti in zone periferiche e carenti di servizi, contratti di sublocazione, molte volte in nero, stanze condivise e sovraffollate a casa di connazionali dove non di rado diventano oggetto di ricatti e di soprusi.
È evidente che tutto questo non getta certo le basi per una società multietnica pacifica e per la reale inclusione di queste persone nelle nostre comunità. Garantire la possibilità di un alloggio dignitoso per i lavoratori migranti e per le loro famiglie ed evitare il costituirsi di quartieri “ghetto” non è solo questione di giustizia sociale, ma antidoto al crearsi di condizioni potenzialmente esplosive.
Alessio Graziani, donalessio@lavocedeiberici.it
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