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Dal Bronx alle parrocchie di Bassano: così l’Hip Hop conquista i giovani (e non solo) con il suo messaggio di pace e convivenza

Musica, danza, writing e cultura urbana: il “10 Elements Camp” ha coinvolto ragazzi e ragazze nelle realtà educative della città. Matteo Benacchio racconta la storia di un movimento nato per creare legami e superare conflitti.

8 Agosto 2026
in Territorio, In primo piano
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Dal Bronx alle parrocchie di Bassano: così l’Hip Hop conquista i giovani (e non solo) con il suo messaggio di pace e convivenza

Tre parrocchie unite dall’Hip Hop. Per una settimana il Patronato della Santissima Trinità, il Centro Giovanile di Santa Maria in Colle e l’Oratorio di Santa Croce sono stati “invasi” dai ragazzi e dalle ragazze di Zulu Nation Italia e EAD Hip Hop True School che hanno portato a Bassano, per il quarto anno consecutivo, il “10 Elements Camp”, una sorta di centro estivo dedicato alla musica, all’arte, alla danza e a tutte quelle discipline espressive nate dalla cultura Hip Hop.

Fondata nel 1973 a New York dal dj Afrika Bambaataa, scomparso lo scorso 9 aprile, negli anni Zulu Nation si è diffusa in tutto il mondo, compresa l’Italia, dove dal 2016 il presidente di Zulu Nation Italia è un bassanese. Matteo Benacchio, impiegato nel settore alberghiero, ha 37 anni e si è avvicinato all’Hip Hop ascoltando musica rap e appassionandosi al writing, l’arte di realizzare grandi scritte colorate sui muri delle città.

Matteo, partiamo dalle basi. Raccontaci cos’è Zulu Nation e perché è nata.

«Zulu Nation è nata a New York, nel Bronx, all’epoca un quartiere povero e marginalizzato dove erano presenti diverse etnie spesso in lotta tra loro. Afrika Bambaataa vide nell’Hip Hop un elemento di riscatto e con l’associazione Zulu Nation “codificò” le quattro discipline base: il writing, il breaking (nota come break dance), il DJing, cioè fare musica suonando i dischi, e l’MCing, ovvero fare rap. A queste quattro discipline se ne è aggiunta una quinta, la “conoscenza”, cioè la consapevolezza di sé e della società. Oggi le discipline sono diventate dieci».

È vero che nell’idea di Bambaataa l’Hip Hop doveva contrastare la violenza tra le gang di New York?

«Afrika Bambaataa, creando Zulu Nation, voleva che l’Hip Hop fosse uno strumento per creare legami, superare i conflitti, accogliere le differenze, migliorare se stessi e la comunità».

Stupisce che molte attività di Zulu Nation Italia si svolgano a Bassano. La città ha una vocazione particolare per l’Hip Hop?

«Bassano è sempre stata una città con “crew”, cioè gruppi, che rappresentavano la cultura Hip Hop in tutti i suoi elementi. C’è una storia importante tutta bassanese nell’Hip Hop italiano. Inoltre è una città che offre spazi estremamente favorevoli per le discipline Hip Hop, soprattutto muri per il writing. Queste discipline sono state tramandate di generazione in generazione e hanno formato artisti importanti a livello nazionale e internazionale come Alessandro “Zuek” Simonetti, writer che vive e lavora a New York».

Come sono nate le discipline dell’Hip Hop?

«Quando sei povero e vuoi divertirti, qualcosa devi inventarti. Come fare musica senza strumenti musicali “suonando” i dischi in vinile, facendo scratching con le mani o campionando suoni. Prendere, tagliare e incollare è una tecnica applicata anche al modo di vestire, per abbellire indumenti che magari erano troppo grandi. Pochi lo sanno, ma le sneakers sono state sdoganate dalla cultura Hip Hop. Ogni quartiere aveva i suoi tratti distintivi».

Il breaking cosa rappresenta?

«I ballerini di break dance, chiamati B-boy o B-girl, sono fondamentali per la scena Hip Hop perché ballano in strada, in mezzo alla gente, sviluppando una tecnica molto particolare. Sono anche un punto di riferimento per gli appassionati».

Il rap di alcuni artisti sembra in contrasto con i principi pacifisti della cultura Hip Hop. Perché?

«Quello che viene detto nel rap va sempre preso con le pinze, perché le sue radici sono complesse. Il rap è nato con i “maestri di cerimonia”, gli MC che invitavano la gente a ballare sulla musica dei DJ. Poi gli MC hanno conquistato la scena con le loro rime. Spesso sono valvole di sfogo, altre volte raccontano realtà molto difficili o, semplicemente, hanno lo scopo di fare soldi per uscire da condizioni di povertà. Bisogna quindi essere consapevoli che ci troviamo davanti a un fenomeno complesso. Diverso è il discorso del freestyle, il rap improvvisato, dove l’insulto fa parte del gioco, ma si resta amici prima, durante e dopo».

Dagli anni ’70 a oggi l’Hip Hop è ovunque: musica, moda, danza, arte. Come potrebbe evolversi?

«L’Hip Hop è perfetto per la contaminazione perché vuole contaminarsi. Nuovi artisti porteranno ritmiche e suoni nuovi dentro questa cultura. Poi chissà cosa nascerà. Dipenderà dai contesti. Il primo rap era pensato per le feste. La trap è nata in un contesto sociale molto preciso, quello dei quartieri degradati di Atlanta. Di sicuro continuerà a diffondersi».

Avete avuto difficoltà a portare le vostre attività nelle parrocchie bassanesi?

«No, anzi, abbiamo sempre incontrato molta disponibilità, a partire dai parroci».

Andrea Frison

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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