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Home Attualità Territorio

Il nodo del personale che rischia di vanificare la riforma della sanità introdotta con il PNRR

Pensate per essere l'anello intermedio tra medico di base e ospedale, le Case della Comunità in Veneto arrivano al traguardo del 30 giugno senza però un'adeguata programmazione

29 Giugno 2026
in Territorio, In primo piano
0
Il nodo del personale che rischia di vanificare la riforma della sanità introdotta con il PNRR

La Regione Veneto nelle ultime settimane ha orientato l’attenzione dell’opinione pubblica essenzialmente su due temi: il completamento e l’attivazione delle Case di Comunità entro il 30 giugno, e l’accordo con i medici di medicina generale per il loro impiego all’interno di queste strutture. «Nella riforma dell’assistenza territoriale introdotta dal decreto 77 del 23 maggio 2022, però, c’è anche molto altro e come Movimento in Difesa della Sanità Pubblica terremo viva l’attenzione perché altrimenti il vero salto di qualità del Dm 77 rimarrà incompiuto». Ciò a cui si riferisce Salvatore Lihard, portavoce del Movimento, sono ad esempio la telemedicina, l’infermiere di famiglia e comunità, l’assistenza domiciliare, la rete delle cure palliative… tutti tasselli che devono affiancare le Case di Comunità per raggiungere l’obiettivo principale indicato dalla riforma approvata nel 2022: un sistema di assistenza territoriale che miri a una sanità più vicina alle persone.

«Quello che come Movimento riteniamo importante è che la Casa di Comunità non sia solo un luogo fisico o un elenco di servizi, ma un posto dove la persona viene presa in carico in maniera integrata, multidisciplinare e multi professionale – aggiunge Lihard -. È questo il salto di qualità del Dm 77». Il portavoce del Movimento è preoccupato per quello che accadrà dal 1° luglio in avanti. «Prendiamo l’intesa siglata dal governo regionale con i medici di medicina generale – continua Lihard -. Si dice che su base volontaria i medici possono prestare attività all’interno delle Case di Comunità per un massimo di 10 ore settimanali. La domanda è: se i medici in Veneto sono, come ben sappiamo, oberati, come è possibile togliere anche solo 10 ore per il servizio nella CdC? Un po’ di scetticismo c’è. E aumenta se pensiamo che per una presa in carico integrata del paziente occorrono medici specialistici, oltre all’attrezzatura tecnologica per la diagnostica».

Le Case di Comunità, attive 24 ore su 24, 7 giorni su 7, hanno il compito di essere «l’anello intermedio tra il medico di base e l’ospedale, per togliere pressione ai pronto soccorso – spiega Chiara Luisetto, consigliera regionale -. Questo in Veneto potrebbe rappresentare un’inversione di rotta dopo anni in cui la sanità territoriale è stata svuotata, centralizzando tutto sugli ospedali più grandi. Il problema è che a questa riforma arriviamo in un momento assai critico per la carenza di personale medico e infermieristico e senza una programmazione adeguata che andava fatta per tempo».

Il livello minimo di assistenza che le CdC devono garantire sono l’assistenza di base e le cure primarie, l’assistenza specialistica ambulatoriale, la diagnostica di base per immagini. I medici di medicina generale devono qui garantire assistenza primaria continuativa h 24. «Nelle ore notturne e nei fine settimana la presenza obbligatoria sarà garantita dai medici di continuità assistenziale, cioè le guardie mediche – spiega Lara Donati della FP Cgil -. Il problema è la presenza diurna. I medici di base non sono sufficienti, nelle Ulss vicentine è stato chiesto a medici ospedalieri di essere presenti nelle CdC, ma la cosa sta creando diversi problemi. In questo momento di passaggio la coperta è decisamente corta».

Tornando alle Case di Comunità, al loro interno va inoltre garantita la presenza di ambulatori infermieristici per la gestione delle cronicità e per rispondere a bisogni occasionali (i famosi “codici bianchi” che intasano i pronto soccorso). Importante è inoltre la presenza dell’infermiere di comunità o di famiglia, che favorisca l’integrazione sanitaria e sociale. Anche per questo è prevista la presenza di almeno un assistente sociale. Altra figura della quale, in Veneto, continua ad esserci penuria. «Il Pnrr prevedeva del resto dei finanziamenti che hanno riguardato più i muri che i servizi interni e il personale», chiosa Cristina Marigo, sindaca di Schio e presidente della conferenza dei sindaci dell’Ulss 7.

Andrea Frison

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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