«Tre, due, uno, Trinity!». Il pubblico si zittisce, inizia la battle, il beat dà il tempo, i freestyler si alternano a coppie, quattro barre per quattro entrate ciascuno: c’è chi punta sul flow e chi sulle punchline.
Disorientati? È normale. «Entrare in un mondo nuovo non è mai facile. Però è interessante». Don Angelo Corradin è il parroco della Santissima Trinità di Bassano. Un paio di serate le ha trascorse anche lui tra i ragazzi che, una volta alla settimana, vengono in patronato per fare freestyle, l’improvvisazione di versi e rime a ritmo di rap.
UNO SPAZIO DA RECUPERARE
Il luogo dell’appuntamento è quello di un’ampia tettoia tra il patronato e il campo da calcio. «Era uno spazio da tempo inutilizzato: vi avevamo realizzato una pista da skate, poi andata in disuso. La cosa ci creava qualche problema, perché aveva cominciato a girare qualche personaggio poco raccomandabile», racconta Renzo Spezzati, direttore del patronato, alla cui porta, la scorsa estate, sono venuti a bussare tre ragazzi: Cimi, Toni e Joeyellow, al secolo Thomas Bertoncello, Antonio Borsato e Jacopo Borso, tutti venticinquenni.
«Io e Tony siamo tornati a Bassano dopo alcuni anni all’estero – racconta Joeyellow -. Siamo appassionati di rap da tantissimo tempo e cercavamo un posto dove fare freestyle qui a Bassano. Non potevamo non partire da qui, perché la Trinità rappresenta un tempio per l’hip hop bassanese».
Qui infatti, periodicamente, si svolgono raduni dedicati al movimento artistico e culturale nato nel Bronx newyorkese negli anni ’70 e che si esprime nel rap, nella break dance e nel writing (la pittura murale, leggi “graffiti”).
LA SERATA
I ragazzi si ritrovano ogni martedì sera. Si prendono cura dell’ambiente, assicurandosi che rimanga pulito prima e dopo la serata. I primi ad arrivare sono proprio Joeyellow, Tony e Cimi. Quest’ultimo scorre una lista di nomi scritta sulla pagina di un quaderno giallo strausato. È un po’ nervoso: «Stasera gli iscritti sono tantissimi, mi sa che faremo tardi».
Un po’ alla volta arrivano tutti gli altri, ragazzi e ragazze tra i 16 e i 30 anni. In tutto si conteranno cento, centocinquanta persone da Vicenza, Mestre, Padova, perfino Verona e Trento.
«I luoghi in cui ci ritroviamo si chiamano “muretti” – spiega Joeyellow, in versione guida turistica per giornalisti ignoranti in materia di hip hop -. Ce ne sono in tutto il Veneto, ormai tra ragazzi ci conosciamo tutti. Un giorno ci troviamo a Bassano, il prossimo a Vicenza e così via».
La serata prevede una battle a coppie, due contro due. Tony si avvicina e mette le mani avanti: «La battle (battaglia, ndr) è un po’ come la stand-up comedy, non bada tanto a essere politicamente corretta».
È Cimi a dare le regole e a presentare la coppia di giudici, un ragazzo e una ragazza. Il pubblico è assiepato attorno ai freestyler. Parte la base e tutti in coro danno il via: “Tre, due, uno, Trinity!”.
Il silenzio che segue, ad eccezione della base, lo si può sperimentare solo in un monastero cistercense. I freestyler rappano senza microfono, le orecchie sono tutte per loro.
Cosa si dicono? Mettiamola così: se nel pugilato si scambiano pugni, nella rap battle si scambiano insulti. Però in rima. La differenza (grossa) è che, se nel pugilato ti si stampa sul mento un sinistro che non avevi visto arrivare, non ti passa per la testa di abbracciare il tuo avversario e fargli i complimenti. Cosa che invece avviene nella rap battle.
Gli scambi, in certi casi, possono essere davvero offensivi, ma l’attenzione è tutta sulle rime, le parole, l’intuizione, la creatività, l’attitudine. E sì, tra avversari ci si fa i complimenti, addirittura si invita il pubblico a incitare l’avversario dopo una rima ben piazzata.
Volgarità se ne sentono, ma chi vi ricorre con maggiore frequenza non è sempre il migliore tra i freestyler in campo. I più bravi mescolano citazioni letterarie o cinematografiche, prendono una parola detta dall’avversario e ci costruiscono una rima su un campo semantico completamente diverso. Uno spasso. Che però non piace a tutti.
LA PARROCCHIA IN DIALOGO
Alcuni residenti che vivono a un centinaio di metri dal patronato si sono lamentati con il Consiglio di Quartiere, chiedendo che intervenisse con la Parrocchia. Va detto che i volumi dei ragazzi non sono alti. Non ce n’è bisogno: coprirebbero i freestyler. Tuttavia, che la musica e il vociare arrivino alle abitazioni è fuori dubbio e la cosa può dare fastidio.
«Abbiamo fatto un incontro assieme al comitato dell’oratorio, ai ragazzi e ai rappresentanti del quartiere – racconta Chiara Pozzi Perteghella, vicepresidente del Quartiere Angarano, dove si trova la parrocchia -. Abbiamo concordato delle regole, soprattutto in termini di orari, e realizzato un gruppo WhatsApp nel quale comunicare se ci sono problemi. Personalmente credo che questi ragazzi siano fantastici: si prendono cura di uno spazio a rischio degrado. E poi l’hip hop è cultura. Può non piacere, ma è sempre un’alternativa migliore ai bar. Brava la parrocchia che ha messo a disposizione lo spazio».
Il dialogo tra quartiere, parrocchia e freestyler è fruttuoso. Durante la Settimana Santa, mentre in città montava la polemica sulla processione del Venerdì Santo che attraversava una movida poco rispettosa, il parroco della Trinità chiedeva ai ragazzi di sospendere le serate. Detto, fatto: subito la notizia è circolata tra i rapper: “Serata sospesa per cause ancestrali”.
Nessuno ha fatto una piega, anzi: la gratitudine dei rapper verso la parrocchia è tanta.
«Per me l’hip hop è un linguaggio nuovo, non è facile entrarci dentro quando si comincia a essere anziani – riflette don Angelo Corradin -. Ma è interessante farlo. Quella della Santissima Trinità è una parrocchia aperta. Lo dice il nome stesso. Chissà, magari questi ragazzi non verranno a Messa. Ma andranno in giro raccontando che la parrocchia li ha accolti. E questo è già tanto».
Andrea Frison
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