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Aiuti e solidarietà da Vicenza all’Ucraina. Il reportage del nostro inviato

9 Aprile 2026
in Mondo, In primo piano
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Aiuti e solidarietà da Vicenza all’Ucraina. Il reportage del nostro inviato

Di qua e di là del confine, le cicogne non smettono di intrecciare i loro nidi. I cerbiatti osservano curiosi, dal mezzo di interminabili campagne e da fumose distese di torba, i veicoli che passano di qua e di là del confine doganale fra Polonia e Ucraina. Fra l’Europa con la “e” maiuscola e quella di chi ne sta fuori, che combatte disperatamente per farne parte.

LA MISSIONE

Dopo i 1.400 chilometri dall’Italia al confine polacco-ucraino, il checkpoint Budomezh-Hrushiv, per i nove furgoni ci vogliono altre tredici ore fino ai sobborghi di Dnipro, ai confini della guerra. Due giorni di viaggio e la missione umanitaria – organizzata da club Lions (distretto 108ib4, città metropolitana di Milano) e da alcuni veneti dell’associazione Papa Giovanni XXIII – prende forma. Arriva alla prima destinazione, la comunità Bratkostiv a Verchn’odniprovs’ke (Dnipro). Qui c’è una piccola chiesa e la casa del prete, divenuta un centro di accoglienza per minori orfani e sfollati delle province del Donetsk occupate dai russi. «Ho iniziato a raccogliere intorno a me i minori senza famiglia, o con famiglie problematiche, nel 2018. Ma la guerra ci ha sfollati – spiega don Serji Palamarciuk, prete cattolico di rito orientale –. Allora a Pokrovsk abbiamo ricominciato, creando un gruppo con 15 educatori che seguivano i ragazzi: purtroppo, ad agosto 2024, anche quella città è stata sfollata. Tutto quel che avevamo costituito è stato distrutto. Ora siamo qua, con me ci sono 25 minori». Mentre il prete parla, i volontari scaricano due furgoni: viveri, generatori di corrente, elettrodomestici, materiale sanitario e didattico. Intorno i ragazzini giocano a palla. Don Serji li segue assieme a Mjkhailo Kostiv, seminarista che presto sarà ordinato sacerdote dal vescovo Maksjm. «In tutto seguiamo un centinaio di minori sfollati, alcuni rimangono qui fissi, degli altri periodicamente una parte viene qui. L’accoglienza ha anche finalità e contenuti didattici: tutti vanno a scuola, lì dove sono, ma è una scuola online. Non conoscono le vere classi», specifica don Serji.

I SEGNI DELLA GUERRA

Dopo un festoso pranzo con la comunità e i ragazzi, la colonna della missione umanitaria riparte, stavolta verso sud. Di nuovo distese infinite di pianura coltivata, di grano appena spuntato, con intervalli di acquitrini qua e là. L’autostrada in Ucraina non c’è, solo ampie strade dritte e lunghissime oppure viottoli stretti e pieni di buche. In un certo senso è una fortuna per chi vuole capire qualcosa di questo enorme Paese. La colonna di furgoni attraversa piccoli villaggi e paesi, dalle caratteristiche casette singole a un piano solo, spesso fatiscenti e col tetto in lamiera o addirittura eternit; a volte c’è una piccola chiesa di legno, con il tetto dei campanili a cipolla. A bordo strada si vede qualche bimbo in bici e tanti anziani, con fazzoletti e berretti in testa. Spingono carriole, fanno qualche lavoro agricolo oppure guidano vetuste, rugginose “Lada” con il marchio in cirillico. Gli uomini non ci sono, o sono pochissimi. È facile capire il motivo. Quasi ogni villaggio, pure i più piccoli, ha al termine o al principio un cimitero con tante, troppe tombe nuove. Spesso, attraversandoli, nei centri risaltano file di bandiere gialloazzurre, ognuna con una grande foto, una croce e un nome in cirillico. Ecco gli uomini. E ogni tanto si passa un posto di blocco, con i soldati sotto una struttura con tetto e pareti fatte di rete da pesca: una tecnica per intrappolare i droni nemici, per fare sì che si incastrino nelle maglie senza esplodere.

LE ALTRE TAPPE

All’arrivo nella città di Mykolaiv, altri cinque furgoni di aiuti umanitari vengono scaricati nello “shelter”, rifugio, gestito dall’associazione Youth of Ukraine. Mentre i volontari italiani scaricano, vengono a sapere che, pochi minuti prima, 240 chilometri più a est, a Nikopol, un drone russo è piombato su un mercato coperto facendo cinque vittime.

«Diamo ospitalità a persone sfollate dai luoghi della guerra. Abbiamo un’ottantina di letti in tutto: qui le persone trovano da dormire e un pasto caldo, per qualche giorno, nell’emergenza», spiega Maksim Kovalenko, dell’ONG. È di fatto un bunker quello al piano interrato: gli sfollati arrivano accompagnati dalle forze dell’ordine oppure dagli stessi volontari dell’associazione.

«Dal 2022 ne abbiamo accolti 32 mila», osserva con orgoglio Maksim. Viene scaricato anche un generatore da 10 kW: a Mykolaiv sono attivi i volontari di Operazione Colomba, che lo useranno per far andare un forno per il pane.

In un angolo del cortile interno c’è un mezzo Renault Master: un mezzo molto recente, ora semidistrutto da un’esplosione. «È successo a Cherson due settimane fa – spiega Maksim –: eravamo a sette chilometri di distanza dal fiume, in un campo. Il drone che ha colpito la macchina arrivava da almeno 15 chilometri di distanza».

Il conducente del veicolo è rimasto ferito, ma è vivo. Nei letti a castello della struttura di ricovero, gestita dalla volontaria Natalya Simonova, i 25 italiani di Lions e Papa Giovanni passano la notte. Domani è Pasqua e si passa da Odessa, ultima tappa e ultima consegna di aiuti.

ODESSA

Tic toc tic toc. Tic toc tic toc. Di punto in bianco il canale FM su cui è sintonizzata la radio del furgone inizia a trasmettere solo un ticchettio. Cambi stazione, ma il ticchettare c’è anche nelle altre. Non è il segnale orario, è l’allarme antiaereo: interrompe le trasmissioni per avvertire che è in arrivo un bombardamento russo o un lancio di droni. Il “tic toc” dice agli ascoltatori di mettersi al sicuro. A Odessa, il grande porto ucraino sul Mar Nero, il fronte è vicino. Radio a parte, lo dicono i segni a bordo strada: rotoli di filo spinato, denti di drago anticarro pronti per bloccare le vie di accesso in caso di emergenza. Eppure, la metropoli è viva e vitale. In una Pasqua di pieno sole e cielo blu le strade sono affollate: gente a piedi e in bici, auto vecchie e nuove, persone a passeggio, coppie per mano, “runners”, anziani sulle panchine al parco.

La colonna di furgoni della missione umanitaria arriva a Fontanka, sobborgo della città, dove c’è la clinica Rafail della dottoressa Snizhana Eremenko. «La nostra struttura – spiega il medico – fornisce assistenza gratuita ai rifugiati. Li visitiamo e distribuiamo loro i farmaci di cui hanno bisogno. E diamo loro cibo e riparo ». A Rafail fanno riferimento costante alcune migliaia di sfollati: vengono da Mariupol, da Cherson, dalle regioni del Donetsk occupate dai russi. Non di rado, spiega la direttrice del centro, le cure di cui necessitano sono dovute a ferite da armi da fuoco. Ma non solo. «Fra i pazienti che seguiamo ci sono circa cinquecento minori. Di età variabile, dagli zero ai sedici anni – riprende Eremenko – alcuni sono proprio appena nati. Nei ragazzini i traumi che riscontriamo sono spesso psicologici. A causa di quello che hanno visto e vissuto alcuni di loro non riescono più a dormire. Hanno troppa paura».

I volontari italiani fanno catena umana e scaricano gli ultimi due furgoni più un camion intero. È il decimo – e più grande – veicolo partito dall’Italia, arrivato con un percorso differente direttamente a Odessa. Perché ha merce particolare: viveri, certo, ma soprattutto farmaci molto specifici destinati proprio alla clinica. Le medicine che mancavano, che il club Lions ha acquistato in Italia, con cui la dottoressa Eremenko potrà ora continuare a lavorare. Anche la coppia di autisti alla guida è particolare: sono padre e figlio, Giacinto Fina con il figlio Alessandro. Giacinto, ormai, conosce la strada a memoria: è già venuto più di trenta volte in Ucraina. «Dove c’è bisogno, io vado» spiega con semplicità. Il suo Alessandro si è laureato in Psicologia a Padova due settimane fa. «È un viaggio “premio” – sorride il 25enne, che sfoggia un’invidiabile chioma di ricci – sono stato molto contento che mio padre mi abbia portato. È un modo per fare una Pasqua concreta, autentica». Grazie agli aiuti della missione umanitaria questa struttura, come quelle delle altre due tappe, potrà affrontare con un po’ più di serenità i prossimi mesi. Ed è ormai tempo di ripartire: i volontari Lions e Papa Giovanni festeggiano la solennità religiosa con lo staff del centro Rafail e padre Vitaliy Novak, cappellano militare in contatto con il gruppo. Quindi la Messa, poi un festoso pranzo a base di piatti ucraini nell’abitazione di Fontanka del sacerdote. E poi di nuovo al volante: si torna in Italia.

Andrea Alba, inviato in Ucraina

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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