«Sulla mafia c’è un calo d’attenzione. Ma l’economia è malata. Le nostre città sono piene di capitali mafiosi». Il giornalista Sigfrido Ranucci, direttore di Report, storica trasmissione di inchiesta della Rai, è intervenuto alla libreria Galla di Vicenza per presentare il suo libro Il ritorno della casta.
Ranucci, il 21 marzo è la Giornata nazionale per le vittime di mafia. Dovremmo preoccuparci per il silenzio che circonda questo tema?
«Sicuramente c’è un calo di attenzione sul fenomeno mafioso in Italia. In questi anni c’è stato il tentativo di minimizzare la presenza mafiosa, quasi a voler considerare il problema risolto dopo la sentenza sulla “trattativa Stato-mafia”, dove persino i mafiosi sono stati infine assolti. Al contrario, il fenomeno mafioso va studiato e compreso a fondo, specialmente per quanto riguarda la strategia della “sommersione” adottata recentemente. Basta una minima conoscenza del fenomeno per accorgersi che le nostre città sono piene di capitali mafiosi utilizzati per acquistare negozi ed esercizi commerciali. È un’economia malata che prevale su quella sana, e questo dovrebbe preoccuparci seriamente».
A proposito della cosiddetta trattativa Stato-mafia, argomento del quale lei si è occupato a più riprese, che bilancio possiamo trarre dalla vicenda giudiziaria che si è conclusa nel 2023?
«Quell’inchiesta ha visto tre gradi di giudizio molto diversi tra loro, il che dimostra come l’esito sia stato legato anche alla sensibilità dei singoli magistrati. Tuttavia, come giornalista, io mi interesso ai fatti, e i fatti non sono stati smentiti. Abbiamo ottenuto la ricostruzione di un periodo storico fondamentale per il nostro Paese; nessun’altra nazione europea ha vissuto una stagione stragista così violenta. Dobbiamo ringraziare il lavoro della magistratura per aver messo insieme i frammenti di un mosaico così complesso, che altrimenti non avremmo mai conosciuto».
Il tema della giustizia torna anche nel suo ultimo libro, Il ritorno della casta. Che tesi sostiene nel suo lavoro?
«Mi limito a fare una fotografia di quanto accaduto da Tangentopoli a oggi. La “casta”, ferita dai 5.000 avvisi di garanzia che avevano decimato il Parlamento e la classe imprenditoriale, ha cercato in ogni modo, attraverso una serie di leggi, di evitare che la magistratura potesse esercitare nuovamente quel tipo di controllo. Tant’è vero che oggi i reati di corruzione perseguiti sono diminuiti del 90% grazie a normative approvate negli anni da governi di ogni colore. Non so se siamo diventati un Paese più virtuoso o se sia semplicemente diventato più complicato indagare sui “colletti bianchi”».
Lei si definisce spesso credente e ha affrontato questioni spinose legate alle alte sfere vaticane. Come concilia il suo essere giornalista d’inchiesta con la fede?
«Applico il mio mestiere in modo quasi “evangelico”: bisogna conoscere il male se si vuole conoscere il bene. Da questo punto di vista, cerco semplicemente di fare del mio meglio».
In questi giorni sta presentando nelle librerie un altro suo libro, Navigare senza paura, in cui denuncia i rischi dell’intelligenza artificiale, ma non rinuncia alla pars construens.
«È necessario addestrarla per mantenere indipendenza, giudizio critico e conoscenza. Ci sono scuole che lavorano su questo, ed è un bene: nel libro lo racconto. Spesso ci culliamo nell’idea che la memoria digitale sia eterna, ma non è così. Si porrà presto un problema che la politica non sta ancora affrontando: per quanto la tecnologia possa creare supporti sempre più piccoli e capienti, arriverà il momento in cui la mole di materiale digitale prodotto globalmente supererà la capacità fisica di contenimento dei server, che spesso si trovano in Paesi offshore e sono estremamente energivori. A quel punto, qualcuno che non conosciamo deciderà, secondo regole ignote, cosa conservare e cosa eliminare. È un problema enorme, perché i dati diventeranno il potere più prezioso. Sono convinto che, se oggi si combattono guerre per l’energia e le terre rare, domani non avrà più senso lottare per i confini geografici, ma si combatterà per il controllo dei confini digitali, dove risiedono le informazioni e il vero potere».
Andrea Frison
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