Erika Reginato, 49 anni, è nata in Venezuela ma da qualche tempo vive a Vicenza. «Avevo 14 anni e stavo giocando sulla spiaggia con le mie amiche quando all’improvviso non ho più sentito niente – racconta –. Credevo fosse a causa di qualche granello di sabbia entrato nelle orecchie. Dopo qualche tempo le mie ossa hanno cominciato a diventare fragili, cadevo in continuazione. Poi sono venute le piaghe sulle braccia, per la mancanza di circolazione. Ci è voluto un anno per capire che avevo un tumore al cervello».
Erika è stata operata a Caracas, da un medico venuto apposta dalla Svizzera, vista l’estrema complessità dell’intervento. «Sono rimasta in coma 14 giorni; quando mi sono risvegliata non ricordavo più niente. Avevo 15 anni: tutto ciò che avevo vissuto fino ad allora era perduto. Ho dovuto conoscere per la prima volta chi era mia mamma, chi era mio papà, chi erano le mie amiche. Ho dovuto imparare di nuovo a leggere».
Nella malattia, afferma convinta Erika, «devi avere tre parole chiave: fede, pazienza e speranza. Al risveglio dal coma non ricordavo niente, ma ho ricominciato a vivere. Essere una sopravvissuta ti riempie di energia. Il mio sogno era riuscire ad alzarmi, a camminare, a parlare. Rimanere agganciati a un sogno, a un obiettivo, ti infonde speranza. Poi ho ricominciato a studiare, a leggere, a scrivere. Un lavoro che ha richiesto tanta pazienza».
Erika è riuscita a laurearsi in lettere; oggi scrive libri e poesie, cura traduzioni e pubblicazioni di carattere letterario. Ma non ha smesso un minuto con le cure. «Il tumore che ho avuto era molto aggressivo. Ho affrontato due interventi al cervello, radioterapia e chemioterapia. Devo continuamente tenerlo sotto controllo. Per questo sono venuta in Italia. Ho percorso a ritroso il viaggio compiuto dai miei nonni, partiti da Crespano e Bassano del Grappa per venire in Venezuela».
Erika ha da poco pubblicato un libro in italiano e spagnolo in cui racconta la sua malattia, Quattordici giorni in paradiso, la mia vita, che unisce appunti, ricordi e poesie, e in cui parla dell’ultima parola chiave che la accompagna: la fede. «La fede è una luce che non puoi perdere mai. Ho vegliato tante notti in ospedale, soffrendo la fame e la sete. Ho attraversato il deserto. Il dolore e la sofferenza ti fanno aggrappare a qualcosa. Senza fede non puoi combattere per difendere la tua anima dalla malattia. Ho sofferto molto, per molto tempo. Tanti mi hanno aiutata in questi anni, io li chiamo i miei angeli. La fede è trovarsi di fronte alla vita. È trovare Cristo che vive in te».
Andrea Frison
© RIPRODUZIONE RISERVATA



La fede ci aiuta tanto a trovare ila via della salute, a vedere la luce della speranza, a sentire l’amore immenso che ci aiuta nel tempo della vigilia e della sofferenza. Scrivo libri per continuare a testimoniare questa esperienza di vita. Erika Reginato