Un corso gratuito, teorico e pratico, per imparare a costruire muri a secco e restituire valore a una tecnica antica che oggi parla direttamente alle sfide del presente. È la proposta formativa promossa dall’Unione Montana Pasubio Piccole Dolomiti, nell’ambito del progetto Green Communities, con il coordinamento di AVVI – Studio associato e la collaborazione di ITLA – Italia, Scuola Italiana della Pietra a Secco.
Il primo corso, rivolto a cittadini e attività del territorio, si è concluso domenica scorsa; un secondo modulo, dedicato a tecnici e professionisti, prenderà il via nel mese di marzo. Il cantiere formativo si è svolto a Valli del Pasubio, in località Valmaso, contrà Lauga: un’area esposta al sole in questa stagione, già inserita in un articolato sistema di terrazzamenti e attraversata da una delle varianti della “Via dell’acqua”.
UNA PRATICAANTICA
La costruzione a secco è una pratica antichissima, con tracce che risalgono al Neolitico, ed è oggi riconosciuta come Patrimonio culturale immateriale Unesco. Nei territori collinari e montani del Veneto – dalle masiere ai muri di contenimento – ha disegnato per secoli il paesaggio, consentendo la coltivazione di versanti altrimenti inaccessibili. Oggi viene riscoperta non solo come tecnica costruttiva, ma come strumento multifunzionale: morfologico, microclimatico, biologico, sociale ed estetico. Costruire a secco significa utilizzare le pietre reperite in loco, selezionarle e sovrapporle senza l’uso di cemento, creando strutture capaci di durare nel tempo. Una pratica che favorisce lo spietramento dei terreni, crea microhabitat per flora e fauna, migliora la stabilità dei versanti e contribuisce alla prevenzione del rischio idrogeologico, tema particolarmente sensibile in queste valli.
ARTE DA RISCOPRIRE
A raccontare il valore dell’esperienza è l’architetto Teresa Dardo, che ha seguito il percorso formativo: «Abbiamo avuto una trentina partecipanti, dai 19 ai 66 anni, con una forte presenza di giovani e anche due donne. Molti arrivano da ambiti professionali diversi – giardinieri, ingegneri ambientali, artigiani, insegnanti e infermieri – attratti dalla riscoperta di un’arte antica oggi riconosciuta dall’Unesco». Dardo sottolinea come stia crescendo la consapevolezza del ruolo dei terrazzamenti nella stabilità dei versanti,
soprattutto in una fase di cambiamenti climatici: «I muri che abbiamo ereditato hanno almeno un secolo di vita e necessitano di manutenzione. Sempre più proprietari vogliono intervenire, ma farlo senza competenze può diventare pericoloso».
Il corso ha messo al centro anche la dimensione collettiva del lavoro: «Si è creato un forte spirito di squadra. È un lavoro fisico, faticoso, che richiede responsabilità e collaborazione continua. Costruire insieme significa tutelarsi a vicenda, confrontarsi, prendersi cura non solo del muro ma delle persone che lavorano accanto».
L’intervento formativo ha puntato così a trasmettere la consapevolezza dell’interdipendenza tra montagna e pianura, tra piccoli gesti individuali e grandi effetti sul territorio. I terrazzamenti diventano strumenti di prevenzione idrogeologica, esempi di economia circolare e beni culturali capaci di assumere nuove funzioni rispetto a quelle originarie.
INVESTIMENTO PER IL FUTURO
In una “terra di mezzo” come quella dell’Unione Montana Pasubio Piccole Dolomiti, ricca di naturalità e bellezza paesaggistica ma segnata da fragilità strutturali, il recupero dei muri a secco si traduce in un investimento sul futuro. Se oggi l’agricoltura di montagna non punta più alla quantità, i terrazzamenti offrono comunque nicchie per produzioni di qualità, limitate ma ad alto valore.
Soprattutto, contribuiscono in modo decisivo alla salvaguardia degli equilibri idrogeologici, in un contesto segnato dall’abbandono dei pascoli e dall’avanzata dei boschi, fattori che aumentano l’erosione e il rischio di dissesto. Un sapere antico che torna così a essere, concretamente, una risposta contemporanea.
Giada Zandonà
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