Il pastore che esce con le sue pecore viene terrorizzato da uomini armati che circondano lui e i suoi animali, pronti alla violenza e al sequestro degli animali, inclini a raffiche sparate in aria il più delle volte: ma in alcuni casi l’aggressione si conclude con un omicidio. Niente di meno rischia il contadino che esce, o vorrebbe uscire, quotidianamente per occuparsi dei suoi olivi e dei frutti di questa terra arida, nel sud della Cisgiordania palestinese. I coloni israeliani, ostili alle comunità di palestinesi, ne circondano i villaggi un po’ alla volta: un edificio abusivo dopo l’altro, una raffica dopo l’altra, bruciando gli ulivi, inquinando con liquami e cemento le condotte dell’acqua, imponendo blocchi stradali che isolano le comunità. Sostanzialmente nell’impunità: la polizia che dovrebbe garantire il rispetto della legge è l’esercito occupante, l’Idf (Israel Defence Force). Per testimoniare tutto questo e dare supporto alla popolazione aggredita l’assessore vicentino alla Pace Giovanni Selmo e altri sei sindaci e assessori veneti tra il 29 ottobre e il primo novembre scorsi hanno compiuto un viaggio in loco, «toccando con mano la segregazione. Siamo entrati non in via ufficiale – spiega Selmo – affiancati dai volontari di Operazione Colomba. È solo l’inizio: vogliamo costituire una rete di solidarietà per aiutare questa comunità a rimanere dove è adesso».
L’iniziativa è nata dalla testimonianza che il sindaco di Betlemme, Maher Canawati, ha reso alla politica veneta lo scorso settembre in occasione dell’inaugurazione del Parco della Pace a Vicenza. Il gruppo era composto oltre che da Selmo da Giovanni Koprantzelas (assessore a Santorso), Sandro Maculan (sindaco a Zugliano), Francesca Benciolini (assessora a Padova), Vania Trolese (vicesindaca a Camponogara), Jacopo Ruffolo (assessore a Verona) e Giorgia Macrelli (assessore a Cesena). «A settembre siamo stati invitati da alcuni esponenti palestinesi a vedere le loro città, in particolare Tuwani a Masafer Yatta» riprende Selmo. Tuwani, minuscolo agglomerato con 400 anime, è uno dei 12 villaggi che formano la regione di Masafer Yatta, 2800 abitanti in tutto a sud di Hebron. L’area, una terra ricca solo di rocce e sabbia con qualche sparuta vegetazione che sopravvive alla carenza d’acqua, è stata resa famosa a livello internazionale dal documentario No Other Land, premio Oscar 2025 nella categoria documentari scritto e montato da un collettivo israelo-palestinese formato da Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor (che ha curato anche la fotografia) ed Hamdan Ballal.
Il racconto di Selmo inizia all’aeroporto Ben Gurion a Tel Aviv. «Il viaggio, autofinanziato, è iniziato senza difficoltà anche perché siamo arrivati come turisti europei – spiega – da lì siamo andati a Gerusalemme, poi a Betlemme. Da lì, con dei taxi collettivi ci siamo spostati nell’estremità meridionale fino a Tuwani. Constatando di persona cosa vuol dire interdizione. Il percorso è lunghissimo, perché continuamente interrotto: cancelli, il muro, checkpoint ovunque, percorsi alternativi per aggirare avamposti israeliani che sono illegali anche secondo il diritto di Israele. Non abbiamo avuto contatti diretti con i coloni, anche perché i volontari che ci affiancavano temevano potessimo essere esposti a conseguenze». Pur inserita nello Stato di Palestina secondo l’armistizio di Rodi del 1949, firmato anche da Israele, l’area di Masafer Yatta è stata occupata dallo stato ebraico dopo la guerra dei Sei giorni del 1967 e, con gli accordi di Oslo del 1993, è entrata a far parte dell’ “area C”. Sfortunatamente: l’area C infatti è quella parte di territorio che pur se a prevalenza palestinese è sotto il controllo civile e militare israeliano. Alla costruzione impunita di colonie illegali – come quella di Ma’on, a duecento metri da Tuwani – negli anni si sono susseguiti episodi controversi come il trasferimento forzato del 2022, autorizzato dalla corte suprema israeliana, di circa un migliaio di palestinesi. Non si contano le aggressioni di coloni, a volte con conclusioni tragiche: lo stesso film documenta con un video amatoriale un assalto di coloni armati a Tuwani il 13 ottobre 2023, in cui un colono spara a bruciapelo a un palestinese disarmato, Zakriha Adra.
Il 29 luglio scorso analoga sorte è toccata a un attivista che ha partecipato alle riprese del film: Odeh Awdah Muhammad Hadalin, insegnante di 31 anni disarmato, è stato ucciso il 29 luglio 2025 da un colono israeliano, Yinon Levy, che gli ha sparato al petto ferendolo mortalmente ai polmoni. «Siamo stati nella casa di Basel Adra, il premio Oscar. Lì c’è un’installazione con tutti gli ordigni e i lacrimogeni che ha raccolto nel suo giardino o nelle immediate vicinanze, lanciati negli anni dai coloni israeliani nelle loro incursioni». La casa ospita anche volontari israeliani, delle associazioni che sostengono la lotta non violenta palestinese. «Da vent’anni ci sono volontari a livello internazionale che si danno il turno per essere presenti in questi villaggi, ospitati dalle famiglie. La scelta di vita di questo popolo è il Sumud, la resistenza alla violenza senza opporre altra violenza. Il loro coraggio è straordinario: si oppongono senza essere violenti, nonostante gli venga negato di espandersi in alcun modo. Tutto quello che hanno è la rete fra villaggi e l’accompagnamento dei volontari, la cui presenza limita le aggressioni dei coloni – osserva Selmo – il loro unico strumento è la forza di volontà».
Dopo il tremendo attacco di Hamas ad Israele lo scorso 7 ottobre 2023, che ha portato alla morte di 1200 israeliani a ridosso della Striscia di Gaza, anche in Cisgiordania la situazione è drammaticamente peggiorata. «Gli attacchi dei coloni a case e abitazioni si sono intensificati, i volontari che erano con noi hanno notato un forte peggioramento rispetto ad anni fa – osserva Selmo – queste comunità sono sempre più erose, è sempre più difficile lavorare, uscire nei campi e nei pascoli, mandare i figli a scuola. Nel nostro viaggio abbiamo visto “Palestine diverse”: oltre a Tuwani, anche lo storico campo profughi di Aida a Betlemme, costituito nel 1948 e in cui tuttora chi ci abita conserva le chiavi della casa che dovette abbandonare. A Betlemme abbiamo incontrato il sindaco: la città era priva di turisti, nessuno a visitare la Natività, gli alberghi vuoti. Non abbiamo la pretesa di spiegare la Cisgiordania completamente, ma vogliamo dare una mano a questa gente perché possa vivere nella sua terra contro un disegno politico che vuole, chiaramente, farli andar via. Loro stessi ci chiedono aiuto per rimanere dove sono: faremo quel che possiamo, costruendo una rete veneta di assessori».
di Andrea Alba
© RIPRODUZIONE RISERVATA




