Se il peso da portare è pari a quello di una montagna, non c’è uomo o donna che possa compiere l’impresa da solo. Il carico di dolore è indescrivibile per chi sopravvive a un figlio, un familiare, una persona cara che si toglie la vita. Tanto che “sopravvissuto” è il termine che, comunemente, si usa per chi rimane. «È fondamentale parlare con chi può capirti – spiega Alessandro Cecconi, facilitatore di un gruppo di mutuo aiuto della Caritas di Vicenza dedicato proprio ai “sopravvissuti” –, poter mettere in luce i propri sentimenti, non sentirsi giudicati, non sentire commenti come “tirati su”… Questo aiuta ad esprimersi, ed esprimendosi le persone tirano fuori quello che hanno dentro». Il tema è stato oggetto di vari interventi e approfondimenti in tutto il Veneto, in occasione della Giornata mondiale della prevenzione del suicidio del 10 settembre.
I gruppi Ama (auto mutuo aiuto) della Caritas vicentina dedicati a chi ha perso una persona cara sono una ventina: è il servizio “Lutto, solitudine ed esperienza del limite”. Due di questi sono partecipati solo da “sopravvissuti” al suicidio. Ogni gruppo ha come valori fondanti accoglienza e rispetto reciproco, oltre che riservatezza, ed è composto da “pari”, con una comunicazione di tipo orizzontale. Tra le regole più importanti c’è l’esprimersi in prima persona (io), non “tu” o “loro”, raccontando la propria esperienza, ascoltando quella degli altri. E, aspetto non da poco, cercando di non offrire soluzioni o consigli agli altri.
«Non possiamo dare una mano a nessuno se la persona non ci dà la possibilità di farlo. Ma è importante “esserci”», è la premessa della psicologa Viviana Casarotto, psicologa e psicoterapeuta, responsabile del servizio diocesano. «Quando ci occupiamo di chi ha vissuto l’esperienza del suicidio di una persona cara ci occupiamo di persone a rischio – osserva – e facciamo prevenzione terziaria. Per chi “resta”, la rete amicale o familiare, l’aiuto di un professionista, un gruppo di mutuo aiuto possono essere dei punti di riferimento. Tuttavia non si può forzare. A volte si percepisce che gli amici o la famiglia vorrebbero aiutare la persona sopravvissuta, ma lei non è pronta. Quello che è importante è una vicinanza fisica o in piccoli gesti, senza imporre nulla. Esempi? Accompagnando al supermercato, portando un dolcetto, passando per un saluto. Anche dando informazioni utili, come ad esempio passando l’informazione che esiste il gruppo di mutuo aiuto, con le indicazioni in un foglietto. Ma poi la persona va lasciata libera: con la consapevolezza che il foglietto potrebbe rimanere lì per settimane o mesi prima di essere preso in considerazione».
Dei due gruppi dedicati espressamente a chi ha vissuto un evento di questo tipo, uno ha per “facilitatore” Alessandro Cecconi: la qualifica sottintende un volontario che ha vissuto in prima persona l’esperienza, ma ha anche seguito un percorso formativo per favorire il buon funzionamento del gruppo. «È un servizio che serve ad elaborare il lutto e non è esattamente una forma di prevenzione al suicidio – precisa il volontario –, ma di fatto lo diventa. Perché, chi vive questa esperienza è a sua volta a rischio.».
Per chi rimane, c’è la montagna di dolore e un’enorme difficoltà ad aprirsi. «C’è uno stigma, molto spesso parlarne è quasi una vergogna – riprende Cecconi – così, confrontarsi con persone che possono capirti pienamente, perché l’hanno vissuto, è un primo passo ed è molto importante. Poter mettere in luce i propri sentimenti, non sentirsi giudicati… Aiuta a tirar fuori quello che si ha dentro». Un cammino, non una cura: perché una soluzione semplice non c’è. «Il percorso dei gruppi Ama è come una terapia, permette di affrontare queste problematiche. Non è neanche detto che la soluzione sia sempre questa: ma confrontarsi con gli altri… aiuta. La persona che ha vissuto la perdita da sei mesi e si confronta con quelle che l’hanno subita da diversi anni non pensa di “uscirne”, ma di poter elaborare il lutto. Faccio sempre questo esempio: in palestra, il primo giorno, trovi un peso da cento chili ed è impossibile sollevarlo. Se torni dopo un anno, sarà ancora così. Ma se ti alleni, il peso rimarrà sempre quello, ma tu diventerai più forte. I cento chili non ti sovrasteranno più come prima».
Un capitolo a parte è il senso di colpa, ulteriore macigno che spesso pesa sui “sopravvissuti”. «Succede spesso – conferma il facilitatore –, diventa una sorta di “loop” su quello che si poteva fare, che poteva essere, ma che non si è fatto. Io ho perso mio figlio quattro anni fa. All’inizio sono andato in crisi per questo: poi ho pensato che mio figlio l’ho amato totalmente. Lo amo tutt’ora. So che ho cercato di dargli tutto quello che potevo dare. Per questo, fortunatamente, non ho sensi di colpa. Del resto, il dolore è già così grande che non c’è bisogno anche di questo».
La vera difficoltà, allora, è come aiutare chi vive questo dolore. Ancora una volta, una risposta semplice non c’è, conferma Cecconi: «Si aiuta non giudicando, non dando soluzioni facili. Non dando consigli. Si aiuta stando vicini, ascoltando, mantenendo una presenza “vera”. Faccio un esempio, penso ancora al mio caso: noi abbiamo dei vicini di casa, ci conosciamo bene. Dopo che mio figlio si è tolto la vita, nelle settimane successive, c’era una vicina che ogni giorno ci portava una torta. Senza dire niente, per un mese. Un’altra ci portava dei fiori, quasi ogni giorno andava nel campo a raccoglierli. Non c’è bisogno di frasi fatte e di facili soluzioni, anzi. Penso sempre – conclude il volontario – ad un’immagine su chi è perfetto ad aiutare, in questi casi. È il cane. Perché sta vicino, sta a fianco, sta in silenzio. Ma c’è».
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