Una bella emozione per me tributare un omaggio al giornale in cui ho mosso i miei primi passi professionali. Porto nel cuore la mia stagione alla Voce e l’onore di averla vissuta da giovane. Sono stato suo redattore dal 1976 al 1988, quando la sede era in via Vescovado, al secondo piano del palazzo vescovile dove erano concentrati tutti gli uffici diocesani. Ho avuto come direttori don Adriano Toniolo (succeduto a mons. Giovanni Sartori, già rettore del Seminario e divenuto vescovo di Rovigo e poi di Trento), di cui ricordo le benevoli sfuriate e la capacità, non da tutti compresa, di essere prete e giornalista professionista, e don Lucio Mozzo, metodico e preciso, che s’era preparato, su invito dello stesso Toniolo, studiando giornalismo alla Cattolica di Milano.
E nel cuore porterò sempre il sorriso di un prete che mi chiamava “figliolo”: il vescovo Arnoldo Onisto. Nonostante fossi giovanissimo mi confida va preoccupazioni e speranze (e qualche volta parlavamo di sport: era tifoso dell’Inter, io del Napoli) e mi incoraggiava a la vorare senza paura e con entusiasmo per la Voce che qualche volta gli procurava le “attenzioni” stizzite dei politici e degli amministratori sui quali ricadevano le duecento battute de “in punta di penna” di Toniolo o la pubblicazione di inchieste sui quartieri, o le rimostranze di preti, religiosi e laici che si vedevano dimenticati o “mal trattati” dal giornale.
La Voce è sempre stata una presenza autorevole e importante della provincia di Vicenza, fucina di bravi giornalisti, di opinionisti e collaboratori di prestigio. Grazie a decine e decine di collaboratori ha raccontato la fede e la storia beriche degli ultimi 80 anni, fuori dai luoghi comuni e dalle immagini sbagliate, le istanze e spesso i bisogni, senza rinunciare al senso critico e alla denuncia dei problemi.
Vorrei ricordare tutti i nomi dei collaboratori, dai più umili ai più “visibili” (non più importanti). Una impresa im possibile: erano tanti e bravi. Ne farò alcuni, di nomi, i non citati mi perdonino. Ecco Tulio Motterle e Giambattista Zilio, Bepi de Marzi, Giorgio Sala. Assicuravano sapere ed equilibrio raccontando la Cultura e la Politica, nazionale ed amministrativa. Le parrocchie della diocesi e i paesi della provincia berica sono stati una vera culla di giornalisti senza i quali la Voce non sarebbe mai arrivata nelle case dei lettori. Decine di persone hanno contribuito al la crescita del settimanale diocesano, veri umili e bravi pionieri che hanno sempre creduto nel “progetto Voce”.
Alcuni di questi si sono affermati come giornalisti. Altri sono diventati docenti, altri avvocati. La punta di diamante erano gli storici che arricchivano il giornale con la storia delle comunità e dei paesi. Mi permetto, però, di citare solo alcuni nomi che con tribuirono durante i miei anni alla Voce alla “confezione” del giornale. Ecco Alberto Schiavo, arrivato alla Voce nel 1972, burbero factotum di rara bravura (giornalista e impaginatore, e tante altre cose ancora), Giovanni Castegnaro, amministratore molto attento ai conti ma sempre felice quando nei nostri disordinati uffici faceva arrivare una macchina per scrivere elettrica o un telefax aggiornato; l’impiegato Mariano Bulato che per anni ha “governato” l’ufficio degli abbonamenti, poi passato a Maurizio Romio che proprio in questi mesi, dopo quarant’anni, si avvia alla meritata pensione. Grazie a queste persone e ai collaboratori il rapporto d’affetto tra i vicentini e la Voce non è mai stato occasionale ed epidermico ma ha costitu ito un legame sentimentale e vitale che, da una parte, spiega la lunga vita del settimanale e, dall’altra spiega l’attenzione puntualmente dedicata a ogni avvenimento dei paesi e delle comunità ecclesiali. Proprio questa impostazione ha permesso e credo permette ancora, ai lettori una conoscenza non generica di tutta la comunità diocesana e non, rappresentata con serena aderenza ai fatti e alle persone soprattutto scevra da ogni visione scandalistica. Di tutto questo va dato merito ai direttori, ai giornalisti e ai collaboratori che si sono succeduti nel tempo. Fino ad oggi.
La Voce dei Berici taglia oggi, superando difficoltà di ogni genere (anche politiche ed eco nomiche), il traguardo degli 80 anni. È il segno che il talento, la determinazione e la qualità de gli uomini sono stati più forti di ogni traversia e di qualsiasi difficoltà. La qualità dell’informazione e il radicamento nel territorio (ricorderò sempre con affetto l’accoglienza e l’affetto che ci venivano riservati dai contadini) sono stati la bussola che ha guidato il giornale in tutti questi anni. Sono sicuro che questa impresa non si fermerà e guarderà con ottimismo al futuro e che troverà sempre la forza, seppure con qualche sofferenza, di portare nelle nostre case un pezzo della storia dell’informazione vicentina e della nostra comunità cristiana. Una bella emozione per me oggi è essere tornato alla Voce dei Berici, dopo quasi quarant’anni, con un’altra veste.
Da poco il vescovo Giuliano mi ha chiamato a far parte del Consiglio di amministrazione de La Nuova Voce dei Berici, insieme alla dott.ssa Piera Mangano e al rag. Gianni Benincà. Prendiamo il testimone da Giandomenico Cortese (che già collaborava con la Voce negli Anni ’60), Silvio Scacco e Cinzia Giaretta che hanno accompagnato con grande professionalità la Voce in periodi veramente difficili e delicati. Faremo tesoro del loro lavoro svolto durante un pesante periodo segnato dalla pandemia e da un delicato processo di riordino strutturale del giornale. Il mio augurio è che la Voce dei Berici possa continuare a recitare, per tanto tempo ancora, il ruolo che le spetta e che si è guadagnato in ottant’anni di vita, da don Barbieri e don Regretti a don Alessio Graziani.
Giulio Antoniacci
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