Stringo la mano commosso ad un uomo ancor giovane che si sta congedando dalla vita. Dopo cinque anni, le cure non sortiscono più effetto. I medici hanno accolto il desiderio dei familiari e lo hanno rimandato a casa. Quando lo vedo nel suo letto realizzo che il tempo oramai è compiuto e gli occhi mi si riempiono di lacrime. Con un filo di voce pronuncia parole che mi si imprimono nella mente e che mi fanno sentire piccolo piccolo: «Io devo solo ringraziare – mi dice – per mia moglie, i miei figli, la mia famiglia; per i medici e gli infermieri che si prendono cura di me; perché sono a casa mia. Pensa a quelli che sono sotto le bombe, non hanno una casa, non hanno una famiglia…». Non è arrabbiato, anche se ha capito che la sua vita terrena volge al termine a 58 anni. Non si è mai arrabbiato. All’insorgere della malattia più che chiedersi, come risulterebbe spontaneo a ciascuno, “perché a me?”, si è chiesto invece “perché non a me?” e ha vissuto con ancor maggiore intensità e generosità il tempo che ancora gli veniva donato.
La chiesa il giorno del funerale è stracolma di gente. Gente di tutti i tipi e di tutte le età. Tutti con gli occhi lucidi. Professionista preparato e coscienzioso, ha svolto con umanità infinita il suo lavoro, mettendosi a servizio con passione di molteplici realtà sociali, culturali e sportive. Durante la celebrazione l’anziana madre, sorretta dalle altre due figlie, sale i gradini dell’altare e con voce ferma, in un dolore profondo e composto, sorretta da una fede straordinaria, ringrazia tutti. Tutti i presenti, tutti coloro che si sono fatti vicini. Ringrazia il figlio per essere stato un bravo figlio e ringrazia Dio, che nonostante ora se lo sia ripreso, glielo ha donato per 58 anni. Quell’uomo evidentemente aveva imparato a ringraziare proprio da sua madre. Perché la vita non è una proprietà, è un dono. Perché più che diritti da reclamare o da difendere, c’è una gratuità da accogliere, con stupore e riconoscenza.
Quella piccola parola, “grazie”, ripetuta infinite volte da quell’uomo durante la malattia e ancora sul letto di morte e poi pronunciata dalla sua mamma il giorno del funerale del proprio figlio, è il plurale della parola “grazia”, che indica in latino il dono inatteso e immeritato e in teologia l’amore misericordioso di Dio riversato nei nostri cuori.
Mi sembra ora di comprendere meglio il detto di santa Teresina di Lisieux “Tutto è grazia”, reso celebre da Bernanos che mise quelle parole sulle labbra del suo giovane curato di campagna oramai morente al termine del celebre romanzo. Ma proprio questa consapevolezza che portò quell’uomo a ringraziare continuamente chi gli stava intorno nelle ultime ore del suo cammino terreno spiega anche quello che fu il suo atteggiamento di fondo nei confronti della vita: il senso di responsabilità. Non il peso dei doveri imposti dal proprio ruolo, come noi spesso la intendiamo e la viviamo. Ma la responsabilità come disponibilità a dare una risposta alle diverse persone e situazioni che ogni giorno ci si parano davanti, con le loro domande, i loro bisogni, le loro ferite che ci interpellano.
Essere responsabili significa lasciarsi coinvolgere nella vita degli altri, non restare indifferenti, cercare strade e soluzioni, in modo disinteressato, anche quando non si sarebbe tenuti a farlo. Ed è il volto più bello dell’amore cristiano, fatto non solo di belle parole e di buoni sentimenti, ma di partecipazione e di azioni concrete. Un amore che rende affidabili e credibili e che lascia un segno profondo in chiunque lo abbia incontrato. Un amore che solo spiega le lacrime negli occhi di centinaia di persone (calciatori, musicisti, stimati professionisti, impiegati e amici del paese…) ritrovatisi insieme per dare con le parole della fede l’ultimo saluto su questa terra ad un uomo buono.
Alessio Graziani


