
“Il patrimonio storico, artistico e culturale… è parte dell’identità comune di un luogo e base per costruire una città abitabile”. Lo sostiene Papa Francesco nella “Laudato sì” (n. 143), offrendoci lo spunto per proseguire con le nostre “interviste sinodali” mettendoci in ascolto di chi si occupa di animare culturalmente il territorio o di rappresentare un’istituzione culturale. Si tratta di un mondo vastissimo, per nostra fortuna, anche nel Vicentino (e che pertanto non abbiamo la pretesa di esaurire con tre interviste), con il quale la Chiesa in passato ha coltivato rapporti molto stretti e che oggi, alla luce della secolarizzazione sempre più pronunciata, c’è bisogno di ricostruire su basi nuove.
Un esempio di quanto fossero intessuti i rapporti tra Chiesa e cultura è dato dalla Biblioteca Bertoliana di Vicenza. «I primi direttori della biblioteca erano tutti religiosi – racconta l’attuale presidente, Chiara Visentin – e il primo nucleo della Bertoliana raccoglieva gli atti delle corporazioni religiose soppresse nel periodo napoleonico. Oggi la biblioteca conserva l’archivio della Locusta fondata da Rienzo Colla. la casa editrice che pubblicava don Primo Mazzolari». Visentin vede la Diocesi «molto legata al territorio sul piano culturale e sociale e mi sembra che riesca a coniugare questi due aspetti. È un po’ il senso della “comunità educante” che tiene insieme l’inclusione sociale con il valore educativo. Questa visione propone un taglio culturale di un certo tipo. Il Museo diocesano è particolarmente attivo, sia come mostre che come relazione con la comunità, ad esempio proponendo laboratori per famiglie e bambini. Non lo fanno tutti e negli ultimi anni si nota uno scatto in avanti». Quando le si chiede cosa la Chiesa dovrebbe fare di più per dialogare con il mondo della cultura, Chiara Visentin rovescia la domanda: «Cosa può fare di più il mondo della cultura? Spesso le tematiche che affronta sono fortemente legate a quelle della Chiesa. Il tema della religiosità sfuma in quello dell’etica. Il Festival Biblico, ad oggi l’unico festival della città di Vicenza, propone ogni anno una varietà di ospiti e incontri che trascendono le tematiche religiose. Ma pensiamo anche alla biennale di Venezia, che propone temi così universali da essere anche religiosi come, per citarne uno degli ultimi, “How we will live together”, cioè come vivremo insieme. La religiosità ci sta tutta in un tema così».

Che il dialogo con la Chiesa sul fronte culturale si facile lo sostiene anche Stefano Soprana, presidente dell’associazione Pigafetta 500 nata per celebrare i cinque secoli dal viaggio attorno al mondo che ha visto tra i protagonisti il vicentino Antonio Pigafetta. «La Chiesa ha un patrimonio culturale tale che permetterebbe di parlare di qualsiasi cosa passi per la mente – afferma Soprana -. Uno può essere credente o meno, ma il patrimonio culturale di cui dispone è indiscusso. Oggi la Chiesa è più impegnata sul piano pastorale e meno su quello culturale, ma dovrebbe investire di più in quest’ultimo coinvolgendo laici che se ne occupino. La cultura ha bisogno di investimenti, ma riconosco la difficoltà di scegliere se spendere risorse per la pastorale e il sociale o per la cultura. Ma se la Chiesa vuole essere meno clericale, allora dovrebbe investire proprio nella cultura perché è un ambito dove è facile trovare laici competenti e che permette di dialogare con tutti». Per quanto riguarda l’associazione di cui è presidente, Soprana ha sempre coltivato «ottimi rapporti con la Diocesi con la scusa del Pigafetta, che forse era a sua volta un religioso. Abbiamo avuto incontri con il Museo Diocesano, con la comunità del Tempio di San Lorenzo e con l’Ufficio Pellegrinaggi». Concretamente, Soprana ha anche una proposta da fare: «In Diocesi ci sono un sacco di Chiese vuote. Utilizziamole per farle diventare luoghi di cultura, mettiamole a disposizione di quei giovani che non possono permettersi un teatro per proporre musica e altre iniziative. La cultura è passaggio generazionale, bisogna saperla trasmettere e parlare alle nuove generazioni».

Lasciando Vicenza e dirigendosi verso la “periferia” della Diocesi, addirittura oltre il confine con quella di Padova raggiungiamo Thiene. Qui ha sede il Castello di Thiene, simbolo della città realizzato dai Porto nel XV secolo e oggi custodito dai conti di Thiene, che lo valorizzano aprendo le porte ai visitatori ospitando i più variegati eventi culturali. Dal 2020, in piena pandemia, i proprietari del Castello contribuiscono a far nascere la rete “Dimore amiche del Veneto” che comprende Villa Angarano a Bassano del Grappa, Villa Feriani a Colzé di Montegalda, Villa Valmarana ai Nani a Vicenza e Villa da Schio a Castelgomberto. «Recentemente abbiamo completato, con la biblioteca Bertoliana, la digitalizzazione del nostro archivio – racconta Francesca di Thiene, comproprietaria del Castello -. È stato interessante osservare quanto religione e Chiesa sono sempre state presenti nella vita del Castello e lo sono tutt’ora. Un modo per valorizzare questa dimora e la sua storia che sono bene comune». Secondo di Thiene, «c’è stata una profonda evoluzione nel mondo ecclesiale soprattutto con l’avvento di Papa Francesco che ha dato una nuova linfa all’attività della Chiesa, anche verso la cultura, costruendo sempre più ponti. E questo è un bene». E anche in questo caso la domanda “cosa può fare di più la Chiesa” viene rovesciata: «Bisogna chiedersi cosa il mondo della Cultura, ciascuno di noi quindi, può fare per la Chiesa per aumentare e rendere sempre più interessante il dialogo reciproco. Aprire le nostre dimore, inclusi gli edifici sacri, è un impegno che perseguiamo da anni, sopratutto con l’Adsi Associazione Dimore Storiche, in un’ottica di valorizzazione di questo grande museo diffuso che è il nostro Paese».

