La pandemia ha cambiato moltissime cose in tutti gli ambiti e quello ecclesiale non fa certo eccezione. Dopo due anni il trauma è tuttaltro che elaborato e permane il timore (fondato) che la prova non sia ancora conclusa.
La sensazione è che anche per l’universo della fede il coronavirus abbia fatto sopratutto da amplificatore di fenomeni che erano già in corso. Una delle cose che colpisce di più è l’arretramento sociale al quale si assiste anche in molte realtà parrocchiali. «La pandemia ha fatto emergere un forte individualismo della fede – nota don Fabio Ogliani, parroco dell’Unità pastorale di Dueville -. La dimensione comunitaria era poco sentita anche prima della pandemia. Ora la crisi sanitaria e gli obblighi di distanziamento che ne sono derivati, hanno mostrato che si può vivere anche senza Dio, senza Chiesa e senza vita comunitaria. Ma questo individualismo esasperato era già presente prima, solo un po’ camuffato».
L’allontanamento sociale e relazionale è dovuto anche «alla situazione di forte incertezza che stiamo avendo da mesi» osserva don Giancarlo Pianezzola, parroco di Anconetta a Vicenza. La distanza relazionale, la riduzione dei rapporti sociali si accompagna per altro con un «aumento delle situazioni di tensione. I rapporti rischiano di degenerare – sottolinea Pianezzola – Nelle nostre comunità, in non pochi casi assistiamo a reazioni esagerate e a esplosioni di rabbia. Tante persone appaiono più nervose, quasi inacidite».

Questo è un disagio diffuso che attraversa anche le comunità cristiane e che «va raccolto e ascoltato tra i giovani come nelle famiglie – osserva Barbara Balbi, dell’Up Araceli, S. Francesco e S. Andrea di Vicenza -. Il Covid ha fatto emergere una conflittualità che era già latente e che si sfoga a partire dalle persone più vicine». Barbara è preoccupata per i ragazzi e i giovani che «manifestano disagi o individuali con il ritiro sociale, oppure collettivi con episodi di aggressività e violenza».
Dino Caliaro, presidente diocesano dell’Azione cattolica, conferma come il distanziamento abbia pesato molto nelle realtà parrocchiali e «stia condizionando moltissimo il versante educativo nei confronti dei ragazzi e dei giovani. In questi mesi in molte realtà gli animatori hanno cercato di fare di tutto per tenere i contatti, ma è indubbio che c’è stata e che c’è una sofferenza anche da questo punto di vista».
Il Vicario generale, don Lorenzo Zaupa, dal suo osservatorio diocesano vede finalmente «una ripresa delle presenze nelle celebrazioni. Un segnale molto netto viene dai ragazzi: non vedono l’ora di ritrovarsi e di riprendere le attività in presenza e questo va sostenuta e accompagnata». Dal punto di vista degli adulti invece il Vicario generale vede ancora «difficoltà e paure. Gli incontri serali sono ancora molto difficili e non mancano le resistenze più o meno consapevoli». Don Lorenzo è preoccupato che l’oggettiva situazione di difficoltà abbia ingenerato «una pigrizia che oggi è faticoso superare, combinata magari con una paura che porta a rinviare una serie di impegni». La spinta viene dai ragazzi che «hanno bisogno e desiderio di uscire e ritrovarsi», questo chiama una responsabilità degli adulti.
Rispetto alle soluzioni per riprendere le relazioni e ritessere una rinnovata socialità, tutti sono consapevoli che non ci sono ricette pronte e che anzi, oggi più che mai serve creatività. «La pandemia ha destrutturato le nostre relazioni – osserva Zaupa – e ci interroga rispetto a modi nuovi di entrare in relazione».
Caliaro sottolinea come nei mesi scorsi il livello diocesano «ha svolto anche una funzione di supplenza cercando di incoraggiare e sostenere le realtà locali con diverse proposte inedite (dal Tonezza Day al Hope Delivery dei giovani)». Ora bisogna riattivare le realtà locali, «ritrovare il gusto di stare insieme, di fare le cose come Chiesa locale e come associazione. Certo le fatiche non mancano ma il cammino sinodale può essere, da questo punto di vista una opportunità, proprio perché ci invita a camminare insieme».
Per il parroco di Anconetta è necessario innanzitutto «recuperare un po’ di calma e non farci travolgere dagli scontri. Dobbiamo coltivare atteggiamenti di pace». Don Giancarlo invita a riprendere le attività «in sicurezza e serenità. Con gradualità dobbiamo riaprire le porte … a Cristo e ai fratelli». Il pensiero di Pianezzola va infine ai giovani. «Non ci sono più. Sono scomparsi. Il coinvolgimento delle famiglie nella catechesi familiare, anche se ridotte nel numero, tiene. La questione giovanile però deve interpellare le nostre comunità. Oggi più di ieri».
Per don Fabio si deve «ripartire dalla vicinanza umana, dalla riscoperta dell’empatia. I battesimi, i matrimoni, i funerali devono avere alla base un’accoglienza umana reciproca». Serve creatività dunque per «riattivare una dinamica umana di vicinanza dove ricercare la via del Vangelo». Questa vicinanza umana per Barbara Balbi si deve tradurre in ascolto. «Molte persone hanno grande bisogno di parlare ed essere ascoltate – sottolinea -. E ascoltando si possono scoprire cose inedite e positive. E questo anche nelle nostre parrocchie e gli stimoli del cammino sinodale possono davvero aiutare molto. Perché ad esempio non prevedere – suggerisce – durante la messa uno spazio dove si possano condividere dei pezzi di vita vissuta?».
I segni di speranza, peraltro, non mancano e il parroco di Dueville li vede innanzitutto nelle «molte persone, uomini e donne, che stanno aiutando in parrocchia e sono presenti come segno di condivisione e simpatia. Loro ci ricordano che la pandemia, in mezzo a questo individualismo esasperato, ci insegna che comunque ci salviamo solo insieme. Dobbiamo ripartire da qui».

