Tra tutte le attività pastorali che risentono di questa nuova ondata pandemica, l’assistenza spirituale agli ammalati è forse quella che ha subìto meno interruzioni. Paradossale, viene da pensare, ma è quanto si raccoglie parlando con i parroci della nostra Diocesi.
«Con il consenso dei famigliari e con tutte le precauzioni del caso, abbiamo continuato a portare la comunione agli ammalati nelle loro abitazioni – racconta don Giorgio Balbo, parroco moderatore dell’unità pastorale di Noventa Vicentina -. Noi preti lo facciamo raramente, se ne occupano soprattutto i ministri dell’eucarestia a meno che non venga chiesta la possibilità di confessarsi. A meno che i familiari non chiedano di sospendere le visite per sicurezza, continuiamo ad incontrare i malati delle nostre comunità. Certo, il tempo per stare con loro è diminuito, ma il servizio agli ammalati non ha subìto interruzioni». Tutt’altro discorso vale per l’ospedale, anche se i posti per degenti del nosocomio di Noventa si sono notevolmente ridotti. «Veniamo contattati per andare in ospedale solo quando è il momento dell’estrema unzione – racconta don Giorgio -, ma la maggior parte delle volte siamo costretti a rinunciare perché per accedere alla struttura è richiesto un tampone ed effettuarlo ci costringe ad arrivare troppo tardi. So che a Vicenza è sufficiente il green pass e stiamo cercando di capire perché a Noventa non è così».
Nell’unità pastorale dell’Alta Valle del Chiampo, invece, la situazione è «variegata, dipende dalle condizioni degli ammalati» racconta il parroco, don Federico Mattiello, che può contare sul gruppo dei ministri dell’eucarestia ma che ha dovuto fare a meno di quello della comunità delle suore Poverelle: «Sono molto anziane – racconta don Federico – e non me la sento di esporle a rischi di contagio da Covid. Anche perché, in queste settimane, i casi di positività in questa zona sono molti». Comunque, anche nell’Alta Val del Chiampo ci si è attenuti alle indicazioni della Diocesi per le visite ai malati, «andando incontro alle richieste delle famiglie rispettando tutte le accortezze e in alcuni casi – racconta don Federico – sono gli stessi famigliari dei malati a portare loro la comunione, dopo la messa». Nella vallata, la Pieve di Chiampo è il punto di riferimento per tutto il territorio in occasione della Giornata del Malato, ma nell’alta valle occorre aspettare l’estate per vivere un momento insieme: «In questo periodo dell’anno fa freddo – racconta don Federico – e la tradizione di queste comunità è di “spostare” la Giornata del malato durante la bella stagione, sarebbe troppo rischioso per le persone anziane uscire con questo tempo. Ad ogni modo – conferma anche don Federico -, seppure in modo diverso, l’attenzione pastorale ai malati è quella che ha avuto maggiore continuità nonostante la pandemia, insieme a quella per i poveri e alla liturgia».
«Con molta cautela» le visite ai malati proseguono anche a Santa Croce, a Bassano del Grappa, come racconta il parroco in solido don Stefano Mazzola: «Se richiesto dalla famiglia, i ministri dell’eucarestia portano la comunione agli ammalati. Ma c’è una sensibilità diffusa in parrocchia, per cui sono molte le persone che ci segnalano chi avrebbe bisogno di una visita e di conforto spirituale. A volte i familiari non hanno questa attenzione». A rimanere però ancora “isolati” sono gli ospiti delle case di riposo «che purtroppo non possono essere incontrati, lo stesso vale per quelli in ospedale».
Un problema, quest’ultimo, che rileva anche don Giuseppe Pellizzaro, direttore dell’Ufficio per la pastorale della salute. «A differenza degli ospedali, nelle case di riposo la chiusura è maggiore per paura del contagio – spiega don Giuseppe -. Una situazione pesante per gli ospiti che rimangono tali per mesi e anni e per questo è importante coltivare un contatto continuativo. Non poter partecipare a una messa o ad un momento di spiritualità è una grossa privazione. Bisogna essere comprensivi e collaborativi con le strutture, ma questo è un dato di fatto. E il rischio è far sentire l’esperienza spirituale nelle case di riposo come un “sovrappiù”».
Più in generale, prosegue don Giuseppe, «la Giornata del Malato è l’occasione per prendere coscienza del fatto che i malati sono in gran parte nelle nostre comunità. Ormai da parecchio tempo i malati non sono più nei luoghi di cura. Gli ospedali ragionano in termini aziendali, pertanto quando esauriscono quello che va fatto come “struttura tecnica” considerano l’assistenza al malato conclusa. Pertanto i malati sono oggi in gran parte presenti nelle nostre famiglie con tutte le difficoltà che questo crea. Non è una conseguenza della pandemia, ma la pandemia lo mette ancora più in risalto con le difficoltà che stanno vivendo le famiglie».


