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Pia Società San Gaetano, da 60 anni Congregazione

12 Gennaio 2022
in Diocesi
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Pia Società San Gaetano, da 60 anni Congregazione

Ottenere il riconoscimento da Roma non fu una passeggiata. Don Ottorino Zanon, fondatore della Pia Società San Gaetano, negli anni ’60 sudò sette camicie. Era tutto già avviato: istituto professionale per ragazzi con orfanotrofio, casa per la formazione per preti e diaconi  in stradella Mora a Vicenza, alcune missioni all’estero. Mancava solo il sigillo della Santa Sede per essere ufficialmente riconosciuta come Congregazione. «Don Ottorino tribolò un anno – racconta il superiore generale don Venanzio Gasparoni -. Andò a Roma nove volte, soggiornò nella capitale 28 giorni consecutivi per parlare con tizio e caio e raccomandarsi. Pensava di cavarsela in un mesetto». Finalmente il “timbro” arrivò alla fine del 1961 e l’allora vescovo di Vicenza mons. Carlo Zinato il 25 dicembre 1961 firmò ufficialmente le prime Costituzioni e quindi la nascita della Pia Società San Gaetano come Congregazione, esattamente 60 anni fa. Per ricordare l’anniversario domenica 9 gennaio il vescovo Beniamino ha celebrato una messa a Casa Immacolata alle 9.30. Il Superiore Gasparoni, in carica da quasi 13 anni, all’epoca era un giovane ventenne, studente di teologia. Oggi è l’unico sacerdote del Consiglio che ha conosciuto il fondatore, morto per un incidente d’auto nel 1972. 

Don Venanzio perché don Zanon ci mise così tanto per ottenere il permesso dalla Santa Sede?

«Un tempo l’approvazione di una Congregazione doveva passare per la Congregazione dei religiosi, per il Santo Ufficio e per il Vescovo della città. Don Ottorino dopo due mesi dal primo viaggio a Roma scoprì che i documenti presentati erano ancora al loro posto, non erano mai stati toccati. All’epoca le richieste per il riconoscimento di Congregazioni erano tantissime, molte non serie».

Come sa queste cose?

«Me le ha raccontate don Ottorino. Parlava molto con noi studenti. Negli anni riportammo le sue storie in un libretto. Quando lo vide ci ordinò di buttarlo via, io lo nascosi e lo tirai fuori dopo la morte. Oggi, rileggendolo, sono convinto di aver fatto la cosa giusta. Ricordo che, nell’attesa del sì da Roma, il fondatore ci fece pregare tantissimo. Cento corone o giù di lì».

Nel 1961 quanti eravate?

«I preti erano solo 4-5, noi studenti eravamo tantissimi. A Casa Immacolata eravamo più di 100 con 20 classi delle scuole medie. Io studiavo teologia ed ero assistente di un gruppo di alunni più piccoli. Erano numeri gonfiati, nel senso che studiare per diventare prete o diacono era una sicurezza relativa, molti uscivano prima. Mons. Zinato, allora vescovo, non era sicuro che Roma avrebbe accettato. I sacerdoti erano troppo pochi».

Invece andò bene.

«Alla fine la Santa Sede autorizzò le prime Costituzioni. Depennò, però, la parte relativa all’introduzione dei diaconi. Fu reinserita più tardi, dopo il Concilio Vaticano II. Nel 1968 avevamo il permesso di ordinarli. I primissimi 8, in Italia e nel mondo, furono ordinati da noi il 22 gennaio 1969».

Un bilancio personale di questi 60 anni.

«Sicuramente positivo, ma le Costituzioni hanno solo messo in ordine quello che era in atto già da tempo. La storia della Congregazione cominciò ben prima del 1961. Si può dividere in tre parti. Dal 1941 al 1951 don Ottorino si concentrò sulla scuola professionale che era anche orfanotrofio. Sembrava, quindi, che il nostro carisma fosse “giovani per il lavoro”. Nel ’51 si dedicò anche a Casa Immacolata per la formazione di preti e diaconi. La ampliò tre volte, man mano che il numero di studenti aumentava. Non contento, dal 1952 al 1961 aprì le prime missioni. Nei dieci anni successivi eravamo presenti in Italia, Argentina, Guatemala e Brasile: 11 comunità con preti e diaconi di 25-30 anni. Don Ottorino capì che la nostra finalità doveva essere più aperta approfondendo la pastorale parrocchiale e la gestione completa di una parrocchia».

La messa celebrata a Casa dell’Immacolata dal vescovo Beniamino Pizziol

Qual è, quindi, il vostro carisma? In questi 60 anni gli siete stati fedeli?

«Il nostro carisma è la spiritualità, è qualcosa di interno e profondo. Don Ottorino già da ragazzino non sopportava che il parroco parlasse male del cappellano con il sacrestano o che alcuni sacerdoti parlassero male del Vescovo. Decise di farsi prete con la convizione che si dovesse andare d’accordo. “Non parlare male degli altri, vogliamoci bene. Questo vuole il Vangelo” diceva. Sei con don Ottorino solo se accetti gli altri per quello che sono. L’intenzione negli anni non è mai cambiata. Chiaro non è sempre facile, ma tutti lo vogliamo. Ci presentiamo uniti e questa unità deriva da un rapporto personale e vivo con Cristo. Negli anni le opere sono state un po’ modificate, ma sempre rimanendo fedeli al carisma del fondatore». 

Il suo successore quasi sicuramete sarà un prete che non ha conosciuto personalmente don Ottorino. Questo la preoccupa? 

«No, anzi. Sarà un passaggio importante, positivo. Chi ha conosicuto don Ottorino ha un’idea più “umana”. Magari si è scontrato, è stato richiamato, soffre del fatto di non essere stato così vicino a lui come altri. Chi invece l’ha conosciuto tramite i nostri raconti e i suoi scritti ha una visione più bella, misitica, è il santo di oggi. I tre novizi (due guatemaltechi e un brasiliano ndr) che sono qui a Casa Immacolata quando sentono parlare del fondatore si illuminano. Io racconto loro come mi prendeva in giro e gli scherzi che mi faceva».

Mi racconti qualche aneddoto.

«Aveva la barba dura e quando voleva farti arrabbiare strofinava il tuo viso sulla sua guancia. Un male! Dalle finestre lanciava le caramelle per i bambini che giocavano in cortile e subito dopo un secchio pieno d’acqua».

Personalmente che cosa le ha dato?

«Io sono entrato in seminario perché c’era lui. Mi diceva sempre che Dio lavora nel mondo attraverso gli uomini, ma quando vuole una cosa interviene direttamente. Prima di partire con la Congregazione chiese al Signore un gesto straordinario. Voleva che una prostituta molto conosciuta nella zona dell’Araceli andasse a confessarsi da lui. Così accadde. Le chiamava “firme di Dio”».

Guardando al futuro su cosa siete concentrati?

«Oggi la Congregazione è composta da circa 70 ordinati, tra preti e diaconi. Ci sono più preti, noi vorremmo che ci fossero più diaconi. Gli under 75 in attività non sono molti. Io dico sempre: “Non contiamoci, andiamo avanti”. Il futuro sono sicuramente i laici che vivono il nostro stesso spirito Noi siamo un trio: preti, diaconi e laici. Questi ultimi sono più efficienti: se uno di loro porta la fraternità, l’unità in un condominio, in fabbrica, io ho un apostolo all’interno di una comunità e ho fatto centro. Negli anni siamo stati costretti a chiudere alcune comunità, ma lo spirito di don Ottorino soffia ancora. A Firenze, ad esempio, ma anche in Argentina, un gruppo di amici di don Ottorino hanno continuato le attività per anni. Nel 2003 è nata la “Famiglia di don Ottorino”. Il prossimo capitolo generale, previsto per luglio, sarà proprio sulla Famiglia e sul dialogo con i laici».

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