Editoriali

I 5Stelle alla prova del salto del burrone politico

di Lauro Paoletto

Un’auto lanciata verso il burrone a tutta velocità, che inchioda all’ultimo secondo e riesce a rimanere in bilico con due ruote nel vuoto e due ancorate alla terra. È quello che ricorda oggi il Movimento 5 Stelle in questa corsa folle, verso quella che potrebbe essere l’autodistruzione politica, innescata dallo scontro all’arma bianca tra il leader e fondatore Beppe Grillo e il leader politico in pectore, ma non ancora proclamato Giuseppe Conte.

Nato nel 2009 per “aprire il Parlamento come una scatola di tonno” (espressione di Grillo) in pochissimi anni, il Movimento si è trasformato in forza di governo, vedendo i propri rappresentanti diventare ben presto (troppo presto?!) classe dirigente chiamata a posti di primissima responsabilità nelle istituzioni.

Da forza antisistema con cui si è presentata dai palcoscenici dei VaffaDay, i Pentastellati si sono trovati, dunque, ben presto a dover esprimere una capacità di governo non scontata e hanno fatto i conti con la fatica e la complessità della politica che non può essere risolta a suon di slogan e annunci e dove, si sono accorti, che non è vero che “uno vale uno”.  In questo c’è da chiedersi cosa rimanga dell’ispirazione originaria di Beppe Grillo e soprattutto di GianRoberto Casaleggio, vero ideologo del movimento.

Alla fine i M5S sono riusciti in tre anni a fare quello che a nessuno fino ad ora era riuscito: stare con gli opposti ed essere, in questo modo, determinanti per la nascita di tre esecutivi profondamente diversi tra di loro. C’erano con la Lega. C’erano con il Pd e Leu. E ci sono con Draghi e la sua maggioranza allargata. 

Ora però i nodi sono venuti al pettine e con essi le contraddizioni che in questi anni i vari leader pentastellati hanno cercato di nascondere. Lo scontro tra Grillo e Conte potrebbe essere derubricato a “normale” lotta di potere come tanti se ne sono viste nella storia della Repubblica. Ma in realtà questa resa dei conti dice qualcosa di diverso. Non ci sono, infatti, alla base differenze di linea politica (uno  vuole stare al Governo e l’altro vuole uscire, per esempio). C’è, però, una differente concezione dello sviluppo del Movimento. Grillo mantiene un approccio visionario (cos’è l’indicare il 2050 come orizzonte politico se non una visione?) e “monarchico” (lui Garante non eletto, cos’è se non un monarca che ha diritto all’ultima parola?). Conte pensa più a una “normalizzazione” dei Cinque Stelle (e dunque a uno snaturamento?) attraverso una organizzazione più simile ai partiti, peraltro basata su uno statuto che pochissimi hanno visto.

Comunque lo si guardi un movimento che ha raccolto alle elezioni politiche del 2013 il 25,5 per cento dei voti, per diventare il primo partito alle ultime politiche del 2018 con il 32 per cento, ha oggettivamente bisogno di una organizzazione che dia ordine ed efficienza alle decisioni, indichi in modo chiaro la catena di comando, sappia esprimere decisioni che poi devono trovare una fattiva attuazione. Oggi nel Movimento non c’è nulla di questo: fino ad ora le decisioni cruciali dei 5Stelle sono state assunte da Grillo. La democrazia diretta è stata più uno slogan che una realtà. Nella storia della Repubblica i partiti tradizionali avrebbero risolto la contesa con un “bel” congresso. Nei Cinque Stelle Grillo ha nominato un comitato di sette saggi che dovrebbe garantire tutti.  E non poteva essere altrimenti, visto che questa rimane un’esperienza altra rispetto ai partiti tradizionali.

Bisognerà vedere se questo sarà sufficiente per saltare il burrone, riportare l’auto in careggiata e consentirle di riprendere la strada della politica. Comunque vada il risultato è destinato a pesare sul futuro dell’attuale governo e sugli scenari prossimi venturi del Paese.

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