Territorio

Il sole nero dei bambini profughi di Villa Savardo

La struttura gestita dalle suore Orsoline ospita otto orfani scappati dalla guerra con la loro mamma, suor Svetlana. «Ne ho dovuti lasciare tre in Ucraina, erano appena maggiorenni».
di Marta Randon

Un sole nero. Un uomo nero simile a un fantasma. Una casetta senza tetto (la cantina) dove per giorni si sono rifugiati al suono delle sirene e dei bombardamenti. I bambini esprimono le proprie emozioni con i disegni. Quelli degli otto bambini arrivati la scorsa settimana a Villa Savardo, a Breganze, (in sinegia con Prefettura, Comune e la Fondazione Otb) raccontano l’angoscia, il terrore, la paura della fuga dalla guerra. Ma, ringraziando Dio, anche la speranza che caratterizza la loro giovane età: i volti stilizzati sorridono, sono al sicuro, sanno che la loro mamma li proteggerà.

I piccoli ospiti, in fuga da Kiev.

Le otto anime arrivate nel Vicentino sono orfane, hanno tra i 5 e i 16 anni. Da anni si prende cura di loro suor Svetlana, 45, occhi profondi e sorriso dolce, responsabile di una casa-famiglia a Kiev, arrivata a Vicenza con una collaboratrice, suor Maria. «Hanno già sofferto così tanto – racconta la religiosa trattenendo a fatica le lacrime -, è dolore che si aggiunge ad altro dolore . Quando ho sentito le prime bombe pensavo fosse uno scherzo, un brutto sogno, era impossibile, surreale. Ho detto ai più piccoli che era il temporale, di stare tranquilli». Svetlana è stata costretta a lasciare tre ragazzi in Ucraini: «Sono maggiorenni e non possono uscire dal Paese.  Sono la loro mamma, è stato tremendo, uno strazio. Li ho affidati al Vescovo di Leopoli».

«Hanno sparato su ospedali, sui civili, è una guerra senza regole fatta da persone matte – continua suor Svetlana -. Molti soldati russi erano affamati e la nostra gente li ha aiutati chiedendo di non sparare, di non proseguire in quest’inferno. Qualcuno è tornato in Russia, altri hanno sparato ancora, e ancora, distruggendo tutto. Come si fa?».

Quando cadevano le bombe suore e bambini si rifugiavano in cantina: «Abbiamo preparato i materassi, tutte le notti scendavamo giù per sentirci al sicuro. Dicevo ai miei ragazzi di stare tranqulli: “Siamo una grande famiglia, se stiamo uniti andrà tutto bene, dobbiamo sostenerci a vicenda”, ma dentro di me ero terrorizzata».  «I più piccoli mi hanno chiesto perchè non c’era più la scuola, ho detto loro che la maestra si era presa dei giorni di vacanza. I più grandi sapevano la verità. Conoscevano già i conflitti in Donbass, da tempo preghiamo perchè la guerra finisca». 

Suor Svetlana (a destra) e suor Maria, ucraine.

Svetlana, con suor Maria, i bambini e la mamma di uno di questi sono saliti su un treno a Kiev fino al confine con la Polonia. «I militari ci hanno scortato fino alla stazione. Ore e ore in piedi, un viaggio allucinante fino al confine con la Polonia dove ci siamo spostati da una famiglia all’altra». Fino all’arrivo dei volontari dell’associazione Famiglie insieme onlus di Breganze che li hanno accompagnati in pullman nel Vicentino.

Svetlana e i suoi bambini nei terribili giorni a Kiev sono stati aiutati dai militari, amici e conoscenti attraverso alcuni  gruppi social. «I negozi erano chiusi. Ci portavano quello di cui avevamo bisogno. Ringrazio tutti di cuore. Anche il presidente Zelensky che con i suoi video mi ha dato la forza di portare tutti in salvo. Ha sempre cercato di tranquillizzare la sua popolazione». «Ora sono più serena -conclude la religiosa – ma non vedo l’ora che finisca tutto, voglio tornare a casa».