La serranda si abbassa, il “paron” anziano e stanco saluta e tira giù: per l’ultima volta. Si chiude. Non è una questione di clienti, né di errori di gestione. È un problema di età e di mancanza di ricambio. Quella descritta è un’immagine che in questo territorio – il Vicentino, “potenza” industriale ed economica del Nordest e dell’Italia – rischia di diventare sempre più frequente. Ormai nella maggioranza delle aziende – industrie, imprese artigiane e Pmi in genere – gli imprenditori, i soci e i dirigenti hanno un’età compresa fra i 50 e i 70 anni. O più. Un mutamento di pelle che ha visto una forte accelerazione nell’ultimo decennio.
Il “travaso” di fasce d’età
«I numeri di Infocamere evidenziano un grande problema. Anzi, forse “il” problema, il più grave che abbiamo come vicentini, veneti e, in realtà, a livello di Paese. L’inaridimento demografico: in soli dieci anni, i dati attestano in modo impietoso il cambiamento del nostro tessuto sociale e produttivo». Giorgio Xoccato, presidente della Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura di Vicenza, non nasconde la preoccupazione.
Sull’argomento il sistema camerale ha dati aggiornati al giugno 2025. A livello generale, in provincia l’anno scorso risultavano 4.349 persone con cariche aziendali (amministratori, soci, titolari) nella fascia di età dai 18 ai 29 anni, contro le 5.081 di analoga rilevazione al 2015 (meno 15 per cento); nella fascia di età dai 30 ai 49 anni si è passati da 57.987 detentori di cariche del 2015 ai 36.975 dell’anno scorso (meno 37 per cento); nella fascia “senior”, fra i 50 e i 69 anni, dieci anni fa c’erano 61.866 detentori di cariche, l’anno scorso erano 69.512 (più 11 per cento); crescono anche gli over 70, passati da 15.042 nel 2015 a 18.935 (più 25 per cento).
Se il travaso da una fascia d’età media, quella dei trentenni e fino ai cinquantenni, nella categoria “senior” è evidente, analizzando i numeri per tipologia di carica emergono alcune particolarità. In particolare, i soci, detentori di quote sociali, nel Vicentino nel 2015 erano 13.027 e sono scesi l’anno scorso a 4.752 (meno 64 per cento), mentre i titolari sono passati da 18.589 a 12.126 (meno 45 per cento).
Girando la lente e guardando ai totali, emerge che se nel 2015 c’era ancora un certo equilibrio – nella fascia d’età fino ai 49 anni il 45 per cento dei detentori di cariche, il 55 per cento 50enni o più – nell’ultimo aggiornamento i “pesi” della bilancia si sono pesantemente spostati: nel 2025 sotto i 50 anni risulta il 32 per cento dei titolari, amministratori e soci, mentre gli over 50 pesano per più di due terzi, il 68 per cento.
L’analisi
«Storicamente il nostro tessuto economico è fondato su Pmi e imprese artigiane. I nostri imprenditori sono bravissimi, ma sono poco preparati ad affrontare un problema come questo – osserva Xoccato – anche perché prima non lo si era mai vissuto. E provoca effetti a cascata preoccupanti: vediamo un forte arretramento delle imprese giovanili, anche se non la scomparsa. Implica meno innovazione digitale, in una terra come la nostra votata a innovare».
Ma perché l’imprenditore, il titolare, il fondatore non riesce a “mollare”? Xoccato risponde con una battuta: «È un tema che richiederebbe un convegno con sociologi e psicologi. Realmente, è obiettivamente difficile. L’azienda è una creatura tua, l’hai costruita tu. Non solo, va messa in conto la prospettiva che il ricambio generazionale venga a mancare. In molte realtà i figli ci sono, magari uno o due: ma preferiscono intraprendere altre carriere. Lo vediamo molto nel piccolo commercio al dettaglio. In dieci anni è cambiato il mondo, con il Covid abbiamo visto un’accelerazione di questi fenomeni. Finalmente, devo dire, il tema dell’“inverno” demografico è sulla bocca di tutti – continua il presidente della Cciaa – finalmente ci si accorge che mancano i giovani, e quelli che mancano adesso sono quelli degli anni ’90, quando in Italia c’erano 600mila nascite all’anno. Ora ci sono 380mila nuovi nati all’anno: quindi, a meno che da un giorno all’altro questo trend improvvisamente si inverta, i prossimi vent’anni sono già scritti».
In sintesi, se l’impresa ha i capelli sempre più bianchi è perché così è la società: l’età media in Veneto, spiega Xoccato, è passata da 43 anni nel 2015 a 47 nel 2025; le nascite a Vicenza in dieci anni sono scese da 7,2 nati ogni mille abitanti a 6,5.
Qui naturalmente si apre il tema della necessità di ricambio anche nella forza lavoro «e i dati – sottolinea Xoccato – ci dicono che lo sbilanciamento fra nati e morti in Italia, circa 300mila all’anno, ad oggi è stato coperto con gli arrivi di lavoratori stranieri. Arrivi che sono stati quindi necessari: non facciamo discorsi impregnati di ideologia, guardiamo ai numeri. Su questo punto dobbiamo ragionare sull’importanza di una politica e una società aperte a chi arriva dall’estero. Non solo per accogliere chi scappa, ma anche per attirare talenti».
Strumenti per le aziende
L’ente camerale vicentino e le categorie economiche ormai da anni ragionano su come rendere possibili le continuità aziendali, a fronte di un invecchiamento generale vissuto anche nel mondo dell’impresa. Strumenti giuridici e non solo.
«Ci sono soluzioni legali per affrontare l’invecchiamento, con il passaggio di quote e governance. In primis il patto di famiglia – riprende l’imprenditore – strumento del codice civile che permette di trasmettere l’azienda a uno o più dipendenti senza che questo possa essere impugnato nel momento dell’eredità. Vediamo poi che le holding, forma legale che separa la proprietà finanziaria da quella operativa, riscuotono un certo interesse, come pure i trust e i fondi patrimoniali di imprese, cioè istituti che si rivolgono a realtà strutturate che fanno da gestore del patrimonio in attesa di un passaggio definitivo. Soluzioni che favoriscono il passaggio di governance anche all’esterno, se i famigliari interessati non ci sono».
Non manca il caso, di cui si sente sempre più spesso, in cui l’azienda viene ceduta a un fondo. Italiano, straniero.
«Non è necessariamente un male, è un fatto che va valutato di caso in caso. Certo, dispiace – conclude Xoccato – ma il nostro compito è preparare i nostri imprenditori a valutare l’apertura del capitale dell’azienda, di fronte a un tema – la successione manageriale e quella della proprietà – che è sempre più presente».
Andrea Alba
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