Migliora la situazione rispetto al 2016-2017, ma il quadro non è ancora completo: attesi anche i risultati sulle produzioni vegetali.
La contaminazione da PFAS negli alimenti di origine animale prodotti nelle aree più colpite del Veneto diminuisce rispetto a dieci anni fa, ma non è ancora scomparsa. È questa la fotografia che emerge dal nuovo Piano di sorveglianza della Regione del Veneto, pubblicato nei giorni scorsi e realizzato in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità, che per la prima volta ha esteso i controlli anche alla cosiddetta “zona arancione”, oltre alla storica “zona rossa” interessata dall’inquinamento provocato dagli scarichi industriali.
Il documento parla di un generale miglioramento, con una drastica riduzione delle aziende che presentano criticità e livelli di contaminazione inferiori rispetto al monitoraggio del 2016-2017. Rimangono però alcuni casi di superamento dei limiti di legge e lo stesso rapporto invita a non abbassare la guardia, sottolineando la necessità di proseguire il monitoraggio.
I numeri: il 93% delle aziende è sotto i limiti
Il Piano ha coinvolto 156 aziende agro-zootecniche classificate in aree a diversa intensità di contaminazione.
I risultati mostrano che:
- 148 aziende (93%) presentano valori inferiori ai limiti di legge;
- 8 aziende (5%) hanno registrato superamenti per PFOS o PFOA nel muscolo bovino, nel fegato bovino o nel fegato suino, concentrate prevalentemente nelle zone a contaminazione alta e media.
Sono stati inoltre analizzati 703 campioni di alimenti di origine animale:
- 680 campioni (96,73%) sono risultati conformi ai limiti;
- 18 campioni (2,56%) hanno superato i valori massimi consentiti.
Per quanto riguarda il latte, dove non esistono limiti di legge ma solo livelli indicativi di controllo, sono stati rilevati 5 campioni provenienti da 3 aziende con concentrazioni superiori ai valori di riferimento, situazione che richiederà ulteriori approfondimenti.
Il confronto con il passato
Secondo la Regione, il confronto con il monitoraggio del 2016-2017 evidenzia un miglioramento significativo.
La diminuzione riguarda sia il numero delle aziende interessate sia le concentrazioni di PFAS riscontrate nei prodotti di origine animale. Il rapporto precisa tuttavia che permangono alcune criticità puntuali che richiedono verifiche specifiche e misure di controllo.
I valori più elevati di PFOS sono stati riscontrati in un campione di fegato bovino — appartenente a un’azienda già sottoposta a follow-up — e in un campione di fegato suino. Per il PFOA le concentrazioni più elevate sono state rilevate in quattro campioni di fegato suino.
Il nodo salute: il rapporto invita alla prudenza
Pur parlando di una situazione generalmente sotto controllo, il documento ricorda come il rischio sanitario non dipenda soltanto dal rispetto dei limiti di legge.
L’EFSA già nel 2020 aveva evidenziato che l’esposizione alimentare ai quattro principali PFAS (PFOS, PFOA, PFHxS e PFNA) supera, per una larga parte della popolazione europea, la dose settimanale tollerabile. Per questo motivo ogni ulteriore esposizione derivante da alimenti contaminati rappresenta un incremento del rischio, variabile in funzione della frequenza di consumo e della quantità di prodotti locali assunti.
La stessa Regione sottolinea inoltre che esiste ancora un’importante area di incertezza: numerosi PFAS non sono ancora oggetto di una valutazione tossicologica completa e quindi la conformità ai limiti previsti per le sostanze oggi regolamentate non esclude completamente possibili rischi.
Manca ancora il quadro sui vegetali
Uno degli elementi evidenziati nel documento riguarda l’assenza dei dati sulle produzioni vegetali.
La Regione precisa infatti che solo con il completamento delle analisi sulle filiere agricole sarà possibile elaborare un quadro complessivo della contaminazione e delle sue ricadute sulla salute pubblica, sull’ambiente e sulle produzioni agricole.
Per questo motivo il Piano raccomanda di proseguire le attività di sorveglianza e monitoraggio, accompagnandole, dove necessario, con approfondimenti scientifici e misure cautelative sulle filiere agro-zootecniche.
Zaramella: «I cittadini hanno diritto a conoscere tutta la verità»
Tra le prime reazioni c’è quella del presidente del Consiglio comunale di Vicenza, Massimiliano Zaramella, che accoglie con favore il miglioramento dei dati ma solleva numerosi interrogativi.
«La prima è DELUSIONE. Dopo le anticipazioni dei giorni scorsi mi aspettavo risposte puntuali e complete. Invece il documento lascia aperti molti interrogativi fondamentali e, sotto diversi aspetti, appare più una sintesi descrittiva che una vera valutazione di sanità pubblica».
Zaramella parla poi di «PREOCCUPAZIONE», osservando che il rapporto conferma l’esistenza di aziende con prodotti oltre i limiti e chiedendo chiarimenti sulla gestione degli alimenti eventualmente già immessi sul mercato e sul rischio complessivo per i consumatori.
Non manca una critica anche sul piano istituzionale: «L’assenza del Presidente della Regione, dell’Assessore alla Sanità e dell’Assessore all’Ambiente non può essere liquidata come un dettaglio. La gestione dei PFAS non è soltanto una questione tecnica: è una questione di responsabilità istituzionale».
Infine rilancia una serie di domande ancora senza risposta: «Le aziende risultate fuori norma quale quota della produzione agroalimentare rappresentano? Otto aziende possono sembrare poche, ma senza conoscere i volumi produttivi non sappiamo quale parte del mercato coprano realmente. Quando sono stati accertati i superamenti? Quanto tempo è trascorso tra i campionamenti, le analisi e l’adozione dei provvedimenti? Le carni e gli altri prodotti eventualmente già immessi sul mercato sono stati rintracciati? Sono stati ritirati? Sono state attivate le procedure di richiamo previste oppure parte di quei prodotti è stata regolarmente commercializzata?».
E conclude: «I cittadini non hanno bisogno soltanto di numeri rassicuranti. Hanno diritto a conoscere tutta la verità, ad avere dati completi e accessibili, a sapere quali rischi sono stati corsi, quali misure sono state adottate e, soprattutto, quale sia il piano della Regione per evitare che una tragedia ambientale come quella dei PFAS continui a produrre conseguenze sulla salute delle persone e delle future generazioni.»
Rete Zero PFAS: «Perché si è dovuto attendere così tanto?»
Anche Rete Zero PFAS Veneto giudica positivamente il miglioramento dei dati ma invita a non abbassare la guardia.
Nel comunicato diffuso il 23 luglio l’associazione ricorda che «per la prima volta la Regione Veneto ha disposto il blocco della commercializzazione di prodotti di origine animale provenienti dalle aree contaminate da PFAS nei quali sono state riscontrate concentrazioni di PFOA e PFOS superiori ai limiti».
Richiamando una nota del presidente di ISDE Veneto Vincenzo Cordiano, l’associazione sottolinea però un interrogativo rimasto aperto: «Il fatto che la maggior parte dei campioni rispetti i parametri è certamente positivo. Ma non può cancellare una domanda essenziale: perché si è dovuto attendere così tanto?»
Rete Zero PFAS ricorda inoltre che sono trascorsi quasi dieci anni dai primi monitoraggi alimentari e osserva: «Ci chiediamo che cosa sia finito nel frattempo sugli scaffali dei mercati del Veneto.»
L’associazione evidenzia infine come il quadro sia ancora incompleto perché «il Comunicato non fa alcun riferimento al monitoraggio dei prodotti di origine vegetale» e ribadisce la richiesta di pubblicare anche i dati analitici completi e la geolocalizzazione delle aziende coinvolte nel monitoraggio.
Giada Zandonà
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