Paolo Malaguti è tornato di recente in libreria con Sentieri Partigiani. Docente di lettere al liceo “Brocchi” di Bassano, si è affermato come autore di narrativa storica e civile, con particolare attenzione alla memoria collettiva, al mondo contadino e alle vicende del Novecento italiano. Nei suoi romanzi unisce ricerca storica e racconto, spesso dando voce a personaggi comuni coinvolti in eventi più grandi di loro. Tra le sue opere più note: La reliquia di Costantinopoli (2015), Prima dell’alba (2017) e Se l’acqua ride (2020), quest’ultimo finalista al Premio Campiello. Nel 2024 ha pubblicato Piero fa la Merica, dedicato al tema dell’emigrazione italiana.
Sentieri partigiani è un percorso fisico e intellettuale nello stesso tempo. Com’è nata l’ispirazione a raccontare proprio queste storie?
«L’idea è nata poco per volta, grazie alle salite sul Monte Grappa che negli anni ho potuto fare, sia in bici sia per accompagnare gruppi di studenti sui luoghi della Grande Guerra. Dal confronto che si può fare sulla Cima tra il sacrario fascista della prima guerra e il monumento al partigiano si può osservare come lassù la memoria della Resistenza appaia nascosta, quasi defilata. Mi sono domandato se questa “problematicità” della memoria resistenziale fosse una caratteristica unica del Grappa, o se si ripetesse anche in altri luoghi, e così ho iniziato una ricerca sul campo, per campionature a volte volute, a volte casuali. Le riflessioni che ne sono nate sono la radice dei Sentieri partigiani.»
Il quotidiano rapporto con i ragazzi a scuola ti ha suggerito un percorso efficace per trasmettere la memoria e i valori della Resistenza?
«Nel libro prima che suggerire strategie provo a mettere a fuoco la radice di quello che a mio avviso è un problema di una parte della didattica nel nostro paese. Se la Resistenza è un valore fondativo della nostra democrazia, siamo in grado di promuoverla in termini di competenza civica, o ci limitiamo a spiegare la Resistenza come fatto storico? Lo “studente bravo” nella nostra mente di insegnanti è principalmente lo “studente ubbidiente”, o è anche lo studente che sa mettersi di traverso, denunciare gli errori, all’occorrenza disubbidire? Come tutte le competenze anche quella della disubbidienza civile non si possiede una volta per tutte, ma si affina, si perfeziona, si allena, e credo che la scuola possa essere un’ottima palestra, per formare cittadini che, di fronte a eventuali storture del potere, sanno attivarsi in forme di protesta».

«Tina Anselmi, come tante ragazze e tanti ragazzi della sua generazione, era cresciuta in un sistema educativo di regime, all’interno di un sistema totalitario violento. Oggi abbiamo la fortuna di vivere in un sistema democratico, di poter eleggere liberamente i nostri politici preferiti, abbiamo libertà di parola… Questo paradossalmente rischia di anestetizzare tutti noi di fronte al rischio di perdere la libertà. In altri termini, anche senza “scosse” così forti e traumatiche come quella che spinse Tina Anselmi sulla strada della Resistenza, è importante tenerci allenati all’obiezione, alla critica costruttiva al potere, all’argomentazione delle nostre opinioni, al dibattito… Sono tutti lieviti sani della democrazia, e forse non tutti sono sempre promossi con efficacia a scuola, tantomeno nelle piazze virtuali dei social network».
Erano giovani, spesso fragili e inesperti, chiamati a combattere contro eserciti meglio armati e addestrati. Eppure, non si arresero di fronte al pericolo pur di riconquistare la libertà e cancellare l’oppressione della dittatura.
«Nella scrittura dei Sentieri mi sono abbondantemente appoggiato alle pagine della letteratura resistenziale, in primis ai Piccoli maestri di Meneghello. Mi piace, di quel libro, la lucidità con cui l’autore restituisce i dubbi, il “non vederci chiaro” in tante situazioni, senza retoriche facilone, senza eroismi unilaterali. Accettare la precarietà e la fallibilità dei partigiani a mio avviso è necessario per avvicinarli alle nuove generazioni. Non sono individui perfetti, e pertanto sono imitabili. Quello che hanno fatto, nel bene e nel male, gli opposti schieramenti che combatterono in Italia tra il ’43 e il ’45 avremmo potuto farlo anche noi. Resta quindi da capire da che parte saremmo stati… Non è una domanda facile a mio avviso, se ce la poniamo seriamente».
Paradossalmente il risultato del recente referendum ci ha sorpreso: sono stati soprattutto i giovani a difendere la Costituzione. Una piacevole sorpresa?
«È una tra le tante dimostrazioni di come funziona una democrazia, che non è certo un sistema perfetto, ha i suoi limiti, non è “immortale”, va tenuto in vita. E forse è stata la dimostrazione che i giovani, al di là dei luoghi comuni che spesso gravano su di loro, sanno difendere un’idea, o costruirsi un’opinione controcorrente. Il limite delle nuove generazioni oggi è, temo, eminentemente numerico: i giovani in Italia sono sempre di meno, e per questo sono “minoranza” oggettiva con difficoltà via via maggiori a fare sentire la propria voce».
Piero Maestro
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