Negli anni Settanta la musica progressiva rivoluzionava il rock ampliandone gli orizzonti a colpi di sperimentazioni sonore, ritmiche e melodiche. A questa attitudine “prog” non è rimasto estraneo il fumetto e Giuliano Piccininno, che in quel periodo muoveva i primi passi nel mondo della nona arte, può ben testimoniarlo: «La musica che piace a me è sostanzialmente progressiva, esattamente come il mio approccio al fumetto».
Cosa intendi per “approccio progressivo”?
«Non stare mai fermi, evolversi continuamente e fare anche cose sbagliate. È quello che nel mainstream non puoi fare perché devi avere un approccio stilistico conservativo. Non puoi cambiare la direzione del ciuffo di Zagor. Essere progressivi invece significa inventarsi qualcosa. Un esempio era Andrea Pazienza: aveva una sua cifra riconoscibile, ma mutava continuamente gli strumenti con i quali si esprimeva a seconda della storia».
La stagione del rock progressivo italiano è coincisa con quella del fumetto “rivoluzionario” degli anni Settanta e Ottanta. È un caso?
«No. Basta pensare a cosa si trovava in edicola in quel periodo. Oltre alla Bonelli e alla Disney, c’erano il Corriere dei Ragazzi, Il Giornalino, La Compagnia della Forca o Lo Sconosciuto di Magnus. Aprivi Il Giornalino e trovavi De Luca che faceva cose incredibili con il Commissario Spada. C’era una libertà creativa e una varietà di proposte incredibile. Faceva il paio con quello che succedeva musicalmente: allora le case discografiche volevano puntare sul nuovo. Ma per “nuovo” non intendevano un nuovo interprete ragazzino, bensì qualcuno che portasse qualcosa che gli altri non facevano. Cosa che invece oggi fa inorridire i discografici».
La tua ultima pubblicazione è “Super raccolta – 31 bizzarre storie a fumetti”.
«Ho messo insieme storie e personaggi pubblicati negli anni che non hanno mai avuto uno sviluppo editoriale vero e proprio. Ogni storia è accompagnata da note che spiegano cosa stavo facendo quando l’ho disegnata e anche che musica ascoltavo. Tutte le storie sono collegate a un momento specifico, non tanto dal punto di vista stilistico quanto da quello umano».
Quanto è importante lavorare su idee personali?
«È una valvola di sfogo, ma anche una necessità: quella di poter dire “sono stato autore di questo, ho creato qualcosa e non sono stato semplicemente un disegnatore”. Come nella musica, non credo che solo l’autore possa interpretare ciò che fa. In molti casi occorrono gli interpreti. Però mi piacerebbe terminare la mia carriera dicendo di aver provato a tirar fuori qualche mia idea, non solo ad assecondare quelle degli altri».
Sei stato al cinema a vedere il film dei Masters? Tu hai una storia da raccontare su quei personaggi.
«Nel periodo in cui i giocattoli erano in voga lavoravo con l’editore che in Italia pubblicava le loro storie a fumetti. Era parecchio divertente perché la Mattel prima ideava i pupazzetti e poi chiedeva a noi di inventare le storie. Un giorno mi chiamarono dalla Mattel dicendomi che volevano una storia per un nuovo personaggio, Megator, una specie di incrocio tra Hulk e Conan il Barbaro. Sapevo solo che era uno dei cattivi con i quali He-Man combatteva. Così ho buttato giù le origini del personaggio e la storia. Ancora oggi viene citata nei libri che raccontano la storia dei Masters».
Coraggioso da parte della Mattel lasciare tanta libertà creativa a un editore italiano.
«Il mondo dei Masters si è dimostrato permeabile alla creatività, sia a quella dei bambini che inventavano mitologie giocando, sia a quella dei professionisti come noi. Ci dicevano: “Voi che fate i fumetti, inventatevi qualcosa su questi personaggi per appassionare i ragazzini”. C’era molta libertà creativa».
La tua formazione è da scenografo. Vale ancora la pena curare tanto gli sfondi?
«È così che deve essere. Una scenografia, più è curata e ben fatta e meno la si nota. Se qualcosa non funziona, allora il lettore se ne accorge e la storia comincia a scricchiolare».
Giuliano Piccininno è nato a Giffoni Valle Piana, in provincia di Salerno, nel 1940, ma da oltre trent’anni vive a Valdagno, dove insegna Disegno e storia dell’arte al liceo “Gian Giorgio Trissino”. Da quarant’anni lavora nel fumetto popolare italiano e internazionale su personaggi come Alan Ford, Masters of the Universe, Tiramolla e Il Grande Blek. Negli anni Novanta ha illustrato le storie delle Ninja Turtles per Il Corriere dei Piccoli. Ha inoltre realizzato illustrazioni pubblicitarie e copertine di dischi. Dal 1998 collabora con Sergio Bonelli Editore, per cui ha disegnato albi di Dampyr, Le Storie e soprattutto Zagor, personaggio sul quale lavora attualmente. Dal 2022 scrive e disegna per La Lettura, supplemento domenicale del Corriere della Sera.
Andrea Frison
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