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Dalla Cop26 al Veneto: «È ora di fare sul serio»

17 Novembre 2021
in Italia, In primo piano
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Dalla Cop26 al Veneto: «È ora di fare sul serio»

(Photo by ALAIN JOCARD / AFP)

«Il Veneto ha bisogno come l’aria di una politica per la transizione energetica. I venti a duecento all’ora della tempesta Vaia o l’acqua “granda” di Venezia non si erano mai visti nel nostro territorio. E la crisi climatica che sta tropicalizzando il clima del Mediterraneo rischia di rendere strutturali le inondazioni, se non facciamo qualcosa». A parlare è Andrea Ferrazzi, veneziano ma con salde radici nel Vicentino (mamma di Vallonara di Marostica e papà di Valstagna) che come senatore (eletto nelle file del Pd) ha rappresentato, con altri sette tra deputati e senatori, il parlamento italiano alla Cop26 di Glasgow e alla pre-Cop ospitata a Milano il mese scorso.

Senatore, come è stato partecipare ai lavori della Cop26?

«Avvincente, interessante, era palpabile l’attenzione del mondo a un tema che unifica tutti, una sensazione che avevo provato già partecipando ai lavori di Milano».

Andrea Ferrazzi a Glasgow.

I primi commenti “a caldo” sul documento finale oscillavano tra l’entusiasmo di Boris Johnson e la delusione di Greta Thunberg. Lei cosa ne pensa?

«Rispetto alle Cop precedenti (se ne svolge una all’anno dal 1995, ndr) c’è stato un salto di qualità delle attese e quindi delle pressioni internazionali e della partecipazione emotiva all’evento. Queste attese si sono scontrate in maniera strutturale con le posizioni dei singoli Paesi. Tutti però hanno capito che non si sta scherzando, c’è un cataclisma climatico in corso e i costi saranno elevatissimi, molto più dei finanziamenti pubblici e privati che verranno investiti per contrastarlo. Ci si è resi conto che è ora di fare sul serio. Un’altra cosa molto bella è che l’Unione europea ha parlato con una voce unica: al tavolo delle trattative c’era l’Ue, non i singoli stati membri e ha saputo spingere più di altri la discussione sull’urgenza della transizione ecologica. Un fatto molto positivo».

Il risultato più importante che è stato raggiunto  Glasgow, secondo lei, quale è stato?

«La trasparenza sui dati delle emissioni di CO2 e l’impegno da parte di tutti i Governi a predisporre piani nazionali per energia e clima adeguati a nuovi obiettivi che sono stati assunti a Glasgow. Fino a pochi anni fa di questo non parlava nessuno».

Glasgow non è un’assemblea deliberativa, questo compito spetta i singoli Paesi e quindi la palla per tradurre concretamente gli impegni presi passa a voi parlamentari. L’Italia a che punto è su questi temi?

«Il nostro Paese si è dato un Piano integrato per l’energia e il clima non più adeguato rispetto ai nuovi obiettivi di Glasgow. Il primo impegno sarà, quindi aggiornare il Piano, già superato nei fatti. La seconda sfida per il nostro Paese sarà, inoltre mantenere l’obiettivo che si è data l’Unione europea di ridurre le emissioni di CO2 del 55% entro il 2030, un obiettivo ben più ambizioso rispetto a quello fissato dalla Cop26. Non dobbiamo inoltre dimenticare che la transizione ecologica rappresenterà un vantaggio competitivo perché significherà posti di lavoro, qualità della vita, benessere e prosperità. Per tutto questo sarà d’aiuto la dichiarazione dello stato d’emergenza climatica approvata lo scorso anno in Senato, di cui sono stato primo firmatario, e la riforma costituzionale votata in seconda lettura che introduce la tutela dell’ambiente, della biodiversità e della salute a vantaggio delle nuove generazioni, due iniziative che ci aiuteranno ad introdurre cambiamenti strutturali nella normativa».

Cosa rischia l’Italia con il cambiamento climatico?

«L’80% degli eventi di dissesto idrogeologico europei avvengono in Italia. Cè una ragione orografica, senza dubbio, ma è anche vero che in Italia manca una vera politica di prevenzione del dissesto territoriale. Se sommiamo questo dato di fatto al cambiamento strutturale del clima che ha tropicalizzato il Mediterraneo, nei prossimi anni saremo sottoposti ad uno stress inimmaginabile se non interveniamo».

Lei è veneziano, ha toccato con mano “l’acqua granda” del 12 novembre 2019. La nostra è una regione particolarmente fragile di fronte alla crisi climatica. È d’accordo?

«L’acqua granda del 2019 non si era mai vista e lo stesso vale per i venti a più duecento chilometri orari della tempesta Vaia che hanno devastato le foreste dell’Altipiano e del bellunese. Ma non dimentichiamo le inondazioni che si sono susseguite a partire da quella del 2011 e che rischiano di diventare strutturali. Il Veneto ha bisogno come l’aria di una politica per la transizione ecologica».

Tornando alla Cop26, in cosa si è rivelato fragile l’accordo finale?

«Non si parla di “phase-out”, cioè di eliminazione graduale dell’utilizzo del carbone come fonte energetica ma solo di “phase-down”, di riduzione graduale. Il carbone è la fonte energetica più inquinante, prodotta ancora in gran quantità. La posizione di Cina (che solo lo scorso anno ne ha estratti 3 miliardi e 800 milioni di tonnellate), India e Stati Uniti non ha consentito di raggiungere un accordo all’altezza delle aspettative. Un altro punto assolutamente fragile è quello di cui solo Papa Francesco sta parlando utilizzando la terminologia corretta: la restituzione del debito ecologico. Si tratta di ristorare i Paesi poveri dei danni provocati dai Paesi ricchi. È una questione di giustizia sociale, oltre che di intelligenza razionale. Su questo la Cop26 è stata negligente, non è stato definito lo strumento per raccogliere fondi. Se ne riparlerà l’anno prossimo, in Egitto».

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