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Formazione in Diocesi – Le “radici” e le “fioriture” della Fratelli tutti

26 Agosto 2021
in Diocesi
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Formazione in Diocesi – Le “radici”  e le “fioriture” della Fratelli tutti

“Fratelli tutti – radici e fioriture” è il percorso formativo pastorale proposto per il prossimo autunno. Otto appuntamenti introdotti dalla Veglia missionaria del primo  ottobre, che approfondiscono il significato e la ricaduta nella vita personale e comunitaria dell’ultima enciclica di papa Francesco “Fratelli tutti”. Si può partecipare alla proposta, giunta alla sua terza edizione, in presenza (nella Sala Teatro del Centro diocesano A. Onisto) oppure sul canale youtube della Diocesi. Per cogliere  obiettivi e contenuti dell’iniziativa abbiamo sentito don Matteo Pasinato, docente di Teologia Morale all’Istituto Superiore di Scienza Religiose e coordinatore dell’edizione 2021 del corso.

«È uno schema che funziona – afferma don Matteo -. Per il percorso scolastico è un seminario introduttivo, e per l’inizio dell’anno pastorale è occasione di offrire qualche tematica su cui riflettere. Il corso – precisa – non è una lettura del testo del Papa, questo ognuno lo legge per conto proprio. Gli incontri sono una spinta al discernimento, a porsi la domanda: “Che peso ha il tema della fraternità dentro alle nostre comunità e nelle relazioni delle comunità con la società, con il mondo, con chi non frequenta e che, magari, non sentiamo del tutto fratello?”»

Don Matteo Pasinato

È una proposta aperta a tutti che per come è organizzata facilita il coinvolgimento. È così?

«Certo. Questa formula, offerta anche on line, ha il pregio di poter essere molto diffusa rispetto ai percorsi classici, dove si raccoglie magari anche un bel numero di persone, ma la maggior parte non viene raggiunta. In questa occasione c’è anche la possibilità di partecipare non solo personalmente, ma di farlo anche come gruppo, a livello di comunità. Nelle precedenti edizioni molte parrocchie si sono organizzate come gruppi per seguire gli incontri, magari anche prevedendo qualche dibattito locale»

Come si strutturano gli incontri?

«Anzitutto utilizziamo una “fraternità di voci”, con una provocazione sul tema e una proposta che aggiunge e integra con qualcosa di più esperienziale».

Ad aprire il percorso sarà la veglia missionaria. Che significato ha questa scelta?

«Con la veglia missionaria in Cattedrale a Vicenza il primo ottobre dal titolo “Testimoni e profeti” il percorso si collega con la dimensione della missionarietà che è, non solo far camminare il Vangelo ma anche il pensiero, ed è dunque anche una missionarietà di discernimento».

Il primo incontro con Agostino Rigon e Arianna Prevedello fa i conti con il tema della barbarie …

«La barbarie è il contrario della fraternità. Il Papa nell’enciclica usa solo una volta questo termine. Il contrario della fraternità non è l’indifferenza, ma è una forma di vita incivile, barbara appunto. L’incontro ci aiuterà a leggere l’inciviltà che stiamo vivendo».

Il cammino prosegue con due tappe intermedie, una sul servizio e l’altra sull’amicizia. Ce le spiega? 

«Dalla barbarie non passiamo direttamente alla fraternità, ma passiamo a due immagini che Gesù stesso utilizza nell’ultima cena: non vi chiamo più servi ma amici. Parole che Gesù rivolge a fratelli intorno alla tavola. Parla loro del servizio, simile al suo. È una fraternità che riguarda il “dentro”, le relazioni tra discepoli, le relazioni tra cristiani. Senza il servire, “fratelli e sorelle” rimangono “parole liturgiche”, ma come un semplice adesivo. Due serate le dedicheremo a tale dimensione. Ci chiediamo: cosa significa servire-animare una comunità, tenerla viva…?  Come promuoverla? Il servizio è come la Carta Costituzionale delle parrocchie».

E il secondo appuntamento dedicato al servizio?

«Il tema si allarga all’incontro con i fratelli cristiani che vivono nel territorio, soprattutto gli ortodossi, dai quali siamo separati pur essendo fratelli di sangue. C’è un modo piuttosto “freddo” di vivere le nostre liturgie già tra cattolici, nella stessa messa, poco fraterni, poco accoglienti (separati in chiesa). Ma vivivamo come “separati in casa” anche con altri cristiani, siamo vicini nello spazio e nel tempo, ma quasi nessun legame di celebrazione. Le liturgie possono essere fraterne tra cattolici, ma fraterne anche tra cristiani? La fede in Cristo non è solo dei cattolici …».

Oltre al servizio citava anche la categoria dell’amicizia. Perché?

«La seconda parola pronunciata da Gesù con gli apostoli è amicizia. È una parola che “butta fuori” dai recinti: tutti sono amici di Cristo, dunque il mondo, le relazioni sociali, lo sport, la scuola, la politica e la cultura ci riguardano. Cosa significa per un credente abitare anche questa vita, che non è mai “fuori” del tutto della comunità cristiana? Cercheremo due “aperture degli occhi” particolari: quello che sta accadendo alla politica e il fatto di essere nella stessa barca. Rispetto al primo punto notiamo che siamo una società mondiale che soffre di invecchiamento democratico, con strutture che hanno il nome di democrazia, ma il “potere” è davvero in mano al popolo? O è un potere di pochi, nascosti e camuffati. Come stanno i nostri “processi democratici” nazionali e internazionali?»

Il fatto della barca, invece, prende l’immagine usata dal Papa in piazza S. Pietro durante il lockdown:  tutti sulla stessa barca, per cui nessuno si salva da solo.

«Sì, ma “cosa facciamo in questa barca? Remiamo o facciamo a pugni?” Siamo nella barca come pirati, come turisti, come clandestini, come dei selvaggi … Che tipo di relazioni intratteniamo noi con gli altri?»

Ci sarà quindi un incontro di sintesi, di dialogo suscitato da chi ha seguito il percorso, magari con domande dei gruppi, e infine uno spettacolo che coinciderà con il Dies Academicus dell’Issr “A. Onisto”. Che significato ha un appuntamento di questo genere?

«L’ultimo incontro punta a dire con quale arte si è espressa e si esprime la fraternità. Diventare fratelli è un’arte, diventiamo fratelli perché coltiviamo artisticamente questa relazione e questa arte rovescia la barbarie. Quando ognuno di noi diventa artigiano vuol dire che lavora, ma in modo artistico».

Alla fine del percorso dovremmo scoprire “radici” e “fioriture” della fraternità come dice il titolo. Cosa significa?

«La parola fratelli ci porta sottoterra (radice è ciò che è nascosto) e quindi ritrovare la fraternità come ciò che ci tiene legati a questa terra, sia per la fede sia per lo stile umano. Più la radice è piantata a fondo, più la pianta resiste e cresce. Non possiamo lavorare solo “sul tronco” che si vede … E poi i frutti che spuntano, rinviandoci alla parte alta dell’albero. Ci sono molte cose che maturano dalla radice della fraternità, anche in questo tempo, in questa crisi. Non ci sono solo rami secchi, ci sono fioriture che sfuggono se lo sguardo non si alza un poco … si alza da noi stessi».

Delle edizioni passate cosa si porta con sé quasi come un augurio per la nuova edizione?

«La cosa più bella è l’apertura delle persone, che non si chiudono nella propria piccola o grande comunità, tante volte con stanchezza e delusione, o con autosufficienza. C’è un tesoro che possiamo trovare nel campo dell’altro. Questo vuol dire una riscoperta della diocesanità, di territori un po’ più ampi, delle dimensioni del Regno che non sono quelle del proprio campanile. E nello stesso tempo questo diventa un criterio di discernimento: nessuna comunità ha le forze per far tutto da sola, e le forze per coltivare novità le possiamo ritrovare in una relazione più ampia. Invece che chiuderci in casa, è anche il tempo di aprire porte e finestre, per avere aria, luce … che sono necessarie alla radice e ai frutti».

***

Nell’immagine grande “Il buon samaritano” di Van Gogh utilizzato nella prima puntata dell’approfondimento dedicato dal nostro giornale alla Fratelli tutti. L’approfondimento è disponibile sul sito www.lavocedeiberici.it.

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