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Home Chiesa Diocesi

Vocazioni alla prova del lockdown

23 Dicembre 2020
in Diocesi, In primo piano
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Vocazioni alla prova del lockdown

Che qualcosa sia cambiato nella vita di don Daniele Pressi lo si capisce dalla difficoltà che si incontra nel trovarlo al telefono. La sua disponibilità non è più quella di quando, fino a poche settimane fa, era in servizio nell’Up Sinistra Brenta, a Bassano, per cui lo si poteva chiamare quasi a tutte le ore. Oggi don Daniele, che si è preso un periodo sabbatico, lavora e ai primi di gennaio lascerà la canonica per andare a vivere in un appartamento, in affitto.

«È cominciato tutto con il lockdown – racconta |don Daniele Pressi, 30 anni, originario di Costalunga nel veronese| -. Davanti ai momenti di crisi reagisci con gli automatismi, e questi ti dicono chi sei. Ho vissuto chiuso in casa, ma nella mia vita non è cambiato niente quando per tutti gli altri è cambiato tutto. È vero, non c’erano riunioni, non c’erano incontri, ma tra preti abbiamo continuato a dire messa. Mi sono chiesto che vita stessi vivendo, avevo la sensazione di qualcosa di artefatto. Sono stato messo di fronte all’evidenza che siamo molto “clericali” come preti e come comunità. Nella mia testa sapevo benissimo, quando sono stato ordinato, che noi preti non siamo più cristiani degli altri, ma mi sono reso conto di non saperlo con la vita». Da qui è scaturita una riflessione che è proseguita nei mesi estivi per poi sfociare nella decisione di prendersi una pausa. «I motivi sono tanti e si sono sommati piano piano – prosegue don Daniele -. Mi serve un tempo per distinguerli, capirli e scegliere». La decisione di don Daniele è una di quelle che ha interrogato la comunità bassanese, come raccontato su queste pagine nelle scorse settimane, assieme alla decisione del parroco dell’Up di Angarano don Adriano Preto Martini di prendersi, a sua volta, un periodo di pausa. «Non sento questo passaggio determinato da un errore precedente – prosegue don Daniele, che ha frequentato il seminario fin dalle scuole medie ed è stato ordinato nel 2015 -. Quando sono diventato prete l’ho fatto con tutta la consapevolezza di cui ero capace e con tutti i desideri che hanno accompagnato quel passaggio. Mi sento dentro questo cammino con positività, cerco solo di capire quello che fa per me e come mettermi a servizio del Signore e della Chiesa».

«Il lockdown ci ha spogliati di centomila attività e ridotti quasi a niente. Personalmente mi ha riconsegnato la fedeltà alla preghiera, ma ho visto anche molti preti “traballare” senza riunioni. È stato un periodo che mi ha molto interrogato».

A dirlo è |don Andrea Pernechele, 30 anni, originario di Stroppari di Tezze| e vicario parrocchiale di ben due unità pastorali bassanesi: quella di Angarano e quella di Nove-Marchesane.

«L’esperienza di essere un cappellano condiviso mi spaventava per la paura di non avere nessun riferimento umano – racconta don Andrea, diventato prete nel 2017 -. Ma se lo vuoi, un po’ alla volta, dei rapporti nascono, anche “tribolando” per incastrarli in agenda. Certo però che realtà sempre più grandi rendono sempre più difficile coltivare legami di familiarità. Abbiamo un ruolo sociale, una serie di pratiche da far fuori, ma dobbiamo uscire dallo schema “sindaco-prete-medico”». Secondo don Andrea, «ci sono crisi che nascono da motivi personali, ma altre sono “strutturali” e su questi motivi andrebbe aperto un confronto. Un conto è la condivisione personale, ma c’è qualcosa che avrebbe senso affrontare più a livello di Diocesi. E non solo tra preti, ma per capire come queste crisi interpellano tutta la Chiesa».

Anche per |don Davide Gasparotto, vicario parrocchiale nell’Up di Sandrigo|, il lockdown rischia di compromettere un tessuto di relazioni già fragile per i numerosi impegni. «Il mio mondo è cambiato – racconta don Davide, 35 anni, originario di Marostica e ordinato prete nel 2012 -. Ero abituato ad avere incontri con ragazzi, riunioni, catechismo, campiscuola… questo mondo è ancora in lockdown.

Porto la comunione ai malati, ma si entra e si esce velocemente, non c’è tempo per stare insieme. Anche la canonica diventa stretta, quando alle 22 hai il coprifuoco e le riunioni puoi farle solo online».

Don Davide non lo nasconde: «Il lockdown è stato una bella botta, anche per il mio ministero. Ci ha fatto capire che alcune cose dobbiamo lasciarle da parte, ma così è troppo. Come si fa a vivere il ministero così? È disumanizzante. Certo, abbiamo più tempo per “far carte”, ma non è di quello che avevamo bisogno». E a proposito di far carte, il sovraccarico di lavoro è sufficiente a spiegare le crisi di tanti preti? «Bisognerebbe entrare nella mente dei miei confratelli – spiega don Davide – Dalla mia esperienza posso dire che uno dei motivi è che a un certo punto ci si trova senza punti fermi, senza relazioni che ti permettono di uscire un po’ dal ruolo.

C’è sicuramente tanto lavoro da fare, ma se questo impedisce di coltivare relazioni diventa un problema. Se guardo al futuro mi preoccupo un po’, ho paura di diventare un funzionario. Avere sette, otto parrocchie e girarle come un imprenditore gira per le sue aziende. Visitare patronati, oratori, case canoniche… ma senza fare il prete».

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