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Home Chiesa Missioni

Don Davide Vivian: «Il Mozambico ha voglia di sognare. Aiutiamolo».

30 Settembre 2020
in Missioni, In primo piano
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Don Davide Vivian: «Il Mozambico ha voglia di sognare. Aiutiamolo».

“Sono arrivato in Mozambico, mi ha accolto il caldo di Beira. Tutto bene. È stata un vacanza “mordi e fuggi”. Un grazie a tutti per sostenere la nostra missione e per il grande affetto ricevuto. Chiedo perdono per non essere riuscito ad incontrare tante persone. Un abbraccio grande”. È con questo messaggio affidato a Facebook che don Davide Vivian, bassanese e missionario fidei donum in Mozambico, ha annunciato mercoledì di essere tornato nella città di Beira dopo un mese di “riposo” a casa.

Don Davide è in Mozambico da più di tre anni, un tempo, peraltro, durante il quale è successo di tutto: dal ciclone Idai alla pandemia. Il bilancio che il giovane prete (classe 1977, presbitero da 8 anni) condivide con noi è «senz’altro molto positivo. Sono contento di essere lì – racconta – Oggi, dopo questo tempo, sento di avere il cuore e la mente là. Me ne sono accorto quando sono atterrato a Venezia. “Dove sono?” mi sono chiesto. Mi sono sentito spaesato. Non mi era mai capitato». Una delle ragioni di questo cambiamento sicuramente è il ciclone che «ha accelerato questo “trasloco di cuore e mente”».

Ora che conosce un po’ di più gli abitanti del Mozambico, che cosa ti colpisce di loro e di questo Paese? 

«Innanzitutto la povertà inaccettabile. Di fronte ad essa, come missionario vivo un grande senso di impotenza: vorresti cambiare tutto, aiutare tanta gente ma ti scontri con dei limiti palesi. Poi mi colpisce la bontà della gente. Quello del Mozambico non è un popolo aggressivo e tutto sommato è sempre accogliente. È gente abituata a soffrire, dimessa, che fa fatica a reagire, succube di questo regime. Ti viene da invitarli a prendere coscienza della situazione, a non accettare tutto. Ma sembra inutile. Vedo gente che ha voglia di sognare ma che in realtà vive un sogno inespresso. Tanti non hanno neanche il coraggio di sognare. Noi siamo chiamati ad aiutarli, a non abbandonare il loro futuro».

Cosa vuol dire annunciare il Signore che dovrebbe essere per eccellenza la Speranza, in un contesto simile?

«Bisogna farlo con gratuità, senza attendersi nulla in cambio, come diceva Gesù, sapendo che tu sei un mezzo. Mi viene in mente la parabola del seme: non cresce come noi vorremmo. L’importante è seminare. Sembra che non cresca niente, che sia inutile. In realtà serve una cosa fondamentale che io ancora non ho: la pazienza. Sono impetuoso. Noi vorremmo tutto e subito. Ma non è così. Mi piace molto quella formula che si prega all’inizio della messa: “Il Signore, che guida i nostri cuori nell’amore e nella pazienza di Cristo”. Ecco, siamo invitati ad amare con pazienza, non con un amore impetuoso. È un pregio che io non ho. Ma lì  mi mettono alla prova, perché io sarei ansioso. Loro invece non hanno fretta: se fai, va bene, se no va bene lo stesso. La pazienza è uno dei doni che chiedo al Signore, anche perché ho la pressione alta … e mi farebbe bene» (risata).  

Com’è l’esperienza con gli altri preti e con le religiose e i religiosi?

«Per noi è una sfida aperta. Questi tre anni ci hanno fatto scoprire quanto diversi sono i nostri caratteri. La sfida è mettere insieme il buono che ciascuno sa fare e costruire qualcosa di bello. È una sfida, peraltro, che vale anche per le canoniche che ci sono qui». 

Come vanno i vostri incontri periodici?

«Bene, ma dobbiamo intensificarli. È quello che ci chiedono anche i vescovi: “Datevi tempi congrui di condivisione e di vita insieme” ci dicono. Dobbiamo vigilare su questo: perché lo stile del Nordest sarebbe chi fa da sé fa per tre».

Cosa vuol dire oggi vivere il servizio di prete fidei donum?

|«Avevo tante idee della missione, anzi preconcetti della missione che sono state frantumate dalla fantasia dello Spirito Santo. Davvero la scommessa è farsi guidare dallo Spirito Santo e dalla Provvidenza di Dio. Se parti già con progetti preconfezionati rischi di fare danni. È importante fare con loro, non da solo».

Come sente il legame con la Diocesi che l’ha mandato in missione?

«È fondamentale. Sento che ho le spalle coperte e di essere sostenuto: c’è una comunità che mi accoglie, un Vescovo che mi ascolta, un direttore dell’Ufficio missionario che mi è vicino. C’è bisogno di una comunità di riferimento che ti sostiene quando vacilli e che ti consiglia». 

Che idea si è fatto dell’Africa? 

«È affascinante, bella. È un continente che non è ancora sbocciato e che può anche essere in pericolo. Interi popoli che hanno raggiunto nel passato l’indipendenza, rischiano di essere travolti dagli interventi occidentali e cinesi. Il Mozambico, per esempio, non ha la forza di reggersi da solo, deve affidarsi a chi è più forte di lui».

Hanno superato il trauma del ciclone?

«Non ancora. Il colpo è stato davvero devastante. È passato solo un anno e mezzo. Il vescovo Dalla Zuanna (quello di Beira ndr) ha detto che ci vorranno almeno cinque anni per tornare più o meno a come eravamo prima. È stato ricostruito molto, ma le case delle famiglie sono ancora in condizioni molto precarie e le nostre parrocchie sono ancora un po’ raffazzonate. I segni della distruzioni sono ancora molto presenti». 

E la pandemia, com’è la situazione?

«La situazione non è grave come in Europa e qui (anche se i numeri ufficiali non saranno quelli veri) ha colpito meno che altrove. La gente sembra abbastanza cosciente e cerca di seguire le precauzioni sanitarie. In chiesa seguiamo le regole in modo preciso».

Dal punto di vista pastorale quali sono le priorità oggi?

«La priorità è la carità e rispondiamo distribuendo cibo e aiutando le famiglie a ricostruirsi la casa grazie ai diversi aiuti che arrivano anche dagli stessi mozambicani».

Che messaggio arriva per la nostra Chiesa dall’esperienza fidei donum?

«L’importanza di essere una chiesa aperta, non impaurita e sotto una campana di vetro. È vivere la vita quotidiana di tutti con un animo più sereno, senza costruire barriere, pensare una chiesa in dialogo, accogliente che vive la comunione».

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