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Strage a Beirut. Del Re (vice ministro Esteri): «Aiutare il Paese ad essere unito». Italia in prima fila per gli aiuti

6 Agosto 2020
in Mondo
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Strage a Beirut. Del Re (vice ministro Esteri): «Aiutare il Paese ad essere unito». Italia in prima fila per gli aiuti

Con le esplosioni a Beirut, il 4 agosto, il Libano sembra essere tornato indietro negli anni della guerra civile. Il bilancio, ancora provvisorio, è tragico: 137 vittime, 5mila feriti, tra cui alcuni nostri soldati di stanza in Libano, e cento dispersi. Trecentomila gli sfollati. Ne parliamo con il vice ministro italiano per gli Affari esteri e la Cooperazione internazionale, Emanuela Del Re.

Vice ministro,  lei che conosce bene il Paese dei Cedri, avendo lavorato a progetti di riconciliazione a Tripoli e a Beirut, che idea si è fatta di questa vicenda, le cui responsabilità sono tutte da accertare?

Le immagini delle esplosioni che hanno devastato il centro di Beirut mi lasciano sgomenta e addolorata. Dobbiamo attendere le indagini delle autorità militari libanesi per conoscerne le responsabilità. È ovvio che in un Paese dalla storia complessa come il Libano le ipotesi siano molteplici. In questo momento però credo che non si debbano fare proclami e azzardare interpretazioni non verificabili perché ogni nostra azione ha un effetto sulla popolazione e noi dobbiamo piuttosto aiutare il Paese ad essere unito di fronte a una simile emergenza. Il Consiglio supremo di difesa ha proclamato lo stato di emergenza per due settimane e tre giorni di lutto nazionale. In questi giorni di lutto non posso che stringermi alle famiglie delle vittime, ai feriti e agli oltre trecentomila sfollati che questo orribile evento ha causato.

L’esplosione è avvenuta a pochissimi giorni dal verdetto che dovrebbe essere emesso da un tribunale delle Nazioni Unite in merito all’autobomba che nel 2005 assassinò il primo ministro Rafik Hariri. I quattro indagati appartengono tutti al gruppo Hezbollah, che ha sempre negato ogni coinvolgimento…
Sui tragici incidenti di Beirut si stanno facendo le ipotesi più disparate che vedono i principali protagonisti lanciarsi accuse più o meno velate con l’obiettivo di ritagliarsi un ruolo preminente nel complesso scacchiere libanese e mediorientale in genere. Di certo le coincidenze temporali, ad esempio con il verdetto sulla morte di Hariri, suscitano in molti riflessioni anche strumentali. Non possiamo pensare che un disastro di questa portata, in un Paese già in crisi, non abbia delle ripercussioni politiche interne. Il nuovo governo, insediatosi a gennaio, si è trovato di fronte alla pandemia, alla crisi energetica, alla sfiducia della popolazione nelle istituzioni, alla percezione di mancanza di futuro soprattutto per i giovani. I temi economici e sanitari sono priorità al momento. L’accertamento delle responsabilità susciterà grandi riflessioni sulla gestione del deposito di nitrato di ammonio in una zona densamente popolata e sulla gestione del Paese in generale. Per questo noi italiani, con l’Europa, dobbiamo mostrare grande lucidità di fronte a questi eventi: per noi la priorità in questo momento è tamponare l’emergenza per far sì che tutto il lavoro in corso da anni con la nostra cooperazione e con la missione importantissima Unifil a guida italiana possa proseguire per creare vero sviluppo sostenibile.

Quali sono le iniziative italiane messe in atto per aiutare il Libano a fronteggiare questa nuova emergenza?
Già poche ore dopo le esplosioni, avevo annunciato solidarietà e disponibilità della Cooperazione italiana ad inviare aiuti per l’assistenza sanitaria se fosse stato ritenuto necessario e richiesto dal governo libanese. La richiesta c’è stata. Come Italia accogliamo l’appello lanciato dal premier Hassan Diab che ha chiesto aiuto ai Paesi “amici fraterni che amano il Libano”. Siamo amici del Libano e per questo stiamo già predisponendo una lista di materiali e dispositivi medico-sanitari di primo soccorso da inviare in tempi brevi a Beirut. In particolare, stiamo predisponendo nel quadro del Meccanismo europeo di protezione civile e con la collaborazione del Dipartimento della protezione civile e del Ministero della Difesa l’invio, nelle prossime ore, di circa 8,5 tonnellate di materiale sanitario, in particolare di kit chirurgici e dei cosiddetti “trauma kit”, soprattutto per far fronte alle esigenze dell’emergenza sanitaria. In aggiunta a questo la protezione civile sta predisponendo l’invio di squadre di personale Nbcr (nucleo operativo nucleare biologico chimico e radiologico) dei Vigili del Fuoco e esperti della difesa.

Il Libano sta vivendo anche una gravissima crisi economica e finanziaria che lo ha portato al default. Una crisi che si lega a doppio filo con quella siriana e con le altre della regione. Pensiamo agli ultimi scontri sul Golan tra militari israeliani e milizie di Hezbollah. In che modo la comunità internazionale, Ue in testa, contribuisce alla stabilizzazione di questo Paese?
Il Libano è un Paese complesso, sfibrato da una guerra civile e instabilità politiche che negli anni hanno messo a dura prova il suo tessuto sociale, gli assetti politici ed economici. Un Paese che importa tutto e produce poco, che non ha elettricità, ancora vessato da questioni di sicurezza che ne impediscono lo sviluppo turistico, tra le altre cose. Eppure il Paese dei Cedri ha dimostrato grande generosità accogliendo il più alto numero di rifugiati siriani nella regione. Inoltre, l’effervescenza dei suoi intellettuali, della società civile è sempre stata un polo di attrazione per il mondo intero, perché contribuisce al dibattito globale.

È anche per questo che, in occasione della IV Conferenza di Bruxelles del giugno scorso, abbiamo confermato anche per il 2020 e il 2021 l’impegno a finanziare interventi a dono in risposta alla crisi siriana per 45 milioni di euro all’anno in Siria, Libano e Giordania. Il principale strumento finanziario dell’Ue a beneficio del Libano è lo Strumento europeo di vicinato la cui dotazione finanziaria per il periodo 2014-2020 è intorno ai 385 milioni di euro. Il Libano è anche destinatario di finanziamenti del “Fondo fiduciario regionale in risposta alla crisi siriana”, il cosiddetto “Fondo Madad” che ha una dotazione totale di 2,2 miliardi – di cui 600 milioni al Libano – per attività di sostegno ai rifugiati siriani.

I legami tra Italia e Libano sono stretti: nel Paese ci sono molti nostri cooperanti e anche 1.200 militari del Contingente italiano che operano nell’ambito di Unifil, la missione Onu nata dopo l’invasione del Libano da parte di Israele nel 1978…
I legami tra Libano e Italia sono storici, di grande spessore e a tutto campo. Il Libano è un Paese prioritario per la cooperazione italiana: i nostri interventi spaziano dalla cooperazione economica e sanitaria a quella scientifico-culturale, dalla cooperazione allo sviluppo al sostegno ai processi di riconciliazione nazionale, fino alla sicurezza. Progetti i cui beneficiari sono, tra gli altri, i giovani, le donne e le fasce più vulnerabili della popolazione. Nel 2019, le risorse a dono, sia di sviluppo sia di aiuti umanitari e di emergenza destinate al Paese, sono state pari a oltre 20,5 milioni di euro. Gestiamo un significativo pacchetto di aiuti di cooperazione europea delegata al nostro Paese grazie a cui miriamo ad incidere con convinzione sul processo di pacificazione dell’area. Penso per esempio all’iniziativa di cooperazione affidata all’Italia chiamata “Resilience & Social Cohesion Programme (Rscp): strengthening the resilience of host communities and Syrian refugees in Lebanon, Jordan and Iraq (Kurdistan)”, per un valore di 12,6 milioni di euro incentrata sul miglioramento della copertura e della qualità dei servizi sociali di base forniti alle comunità situate lungo le vie di transito dei rifugiati, ai rifugiati siriani e agli sfollati nel Kurdistan iracheno.

Per quanto riguarda l’Unifil?
La nostra presenza in Libano con la missione Unifil, con cui continuiamo a monitorare il rispetto del cessate il fuoco e il rispetto della Blue Line, è un esempio virtuoso di cooperazione con il Libano di cui andiamo particolarmente fieri. La missione Unifil, oltre a rappresentare il prestigioso riconoscimento internazionale della professionalità delle nostre Forze Armate, è la conferma di un modello operativo vincente, le cui caratteristiche sono state sempre l’imparzialità, la mediazione, la ricerca del dialogo tra le parti in causa. Un modello tutto italiano che il governo intende continuare ad applicare in Libano, un teatro di grande rilevanza strategica per la sicurezza del Mediterraneo e anche dell’Europa, al centro di un contesto regionale attraversato da fattori di tensione, e la cui stabilità deve essere perseguita con determinazione.

Un Libano stabile e pacificato quale contributo può dare alla regione mediorientale scossa da conflitti ultradecennali?
Un Libano stabile, pacificato, prospero e proiettato verso il futuro è l’auspicio dell’Italia e di tutta la comunità internazionale. Un Paese sereno permette che la popolazione possa produrre idee e iniziative che portino pace e progresso. Non è retorica, è realismo. Soffro all’idea che l’esplosione avvenuta a Beirut possa costituire una ulteriore battuta d’arresto per tutti i processi di sviluppo nel Paese. Il Libano è uno scacchiere fondamentale in Medio Oriente, perché è l’ago della bilancia di molti equilibri delicatissimi. È stato a lungo il luogo su cui si sono giocate le partite di grandi potenze per definire le aree di influenza. Oggi è visto come Paese libero e democratico che può influenzare positivamente la regione mediorientale. Continueremo, perciò, a lavorare insieme al Libano e per il Libano, in sinergia e partnership con Beirut, con l’Ue e con tutti i nostri partner storici nella regione.

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