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Home Editoriali

Italia, Repubblica dei bonus

12 Luglio 2020
in Editoriali
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Il più famoso è stato senza dubbio il cosiddetto ‘Bonus Renzi’ introdotto nel 2014 dall’esecutivo guidato dal leader toscano: 80 euro netti mensili in busta paga ai lavoratori dipendenti con reddito fino a 24mila euro. Allora usufruì del bonus fiscale una platea di più di 11 milioni di lavoratori. Secondo molti analisti questo Bonus (approvato nell’aprile del ’14 alla vigilia delle elezioni europee) fu la misura che consentì al Pd di raggiungere il 40 per cento dei voti nelle elezioni per l’europarlamento. La luna di miele tra Matteo Renzi e gli italiani era al suo apice, ma non c’è dubbio che il Bonus diede la spinta decisiva al Pd per raggiungere un consenso che mai fino ad allora aveva neanche sfiorato. Il caso del ‘Bonus Renzi’ è emblematico del potere che la politica attribuisce a un provvedimento che blandisce i cittadini o una parte di essi erogando vantaggi economici immediati. Il Bonus ha, infatti, il vantaggio di dare dei soldi subito spendibili agli aventi diritto. Non è in questo senso una misura strutturale, che incide in modo stabile e profondo su dinamiche socio – economiche, ma mostra che la politica ha a cuore un certo tema o determinati destinatari e che per questi provvede con risorse dirette. Il governo di turno fa bella figura ma non si impegna più di tanto per il futuro.

Quello che porta il nome dell’ex premier toscano non è stato certo il primo bonus (c’erano già da tempo per esempio i bonus per le ristrutturazioni edilizie), ma per le sue caratteristiche ha fatto scuola e soprattutto ha rafforzato l’idea che il Bonus può essere un ottimo veicolo per aumentare o almeno per consolidare un certo consenso nel Paese.

Ecco allora che si preferisce dare 100 euro in tasca a una famiglia (senza distinguere in base a reddito e a condizione economica) per l’asilo nido piuttosto che introdurre una misura strutturale che preveda la gratuità di accesso a questo servizio per le famiglie con determinate caratteristiche fiscali: ci vorrebbero molti più soldi e poi sai la burocrazia!

La misura strutturale presuppone un progetto per il Paese a lungo termine, convogliare le (poche) risorse disponibili su specifiche misure, darsi delle priorità. Per fare questo ci vuole forte volontà e coesione politica, capacità di pensare al futuro e non solo al consenso immediato, mettere in conto un dissenso sociale da governare: tutte condizioni che l’attuale esecutivo giallo-rosso certamente non ha (e che neanche i precedenti, a dire il vero, avevano).

Ecco allora che il Governo Conte 2 ha individuato nel bonus fiscale una delle risposte più veloci per arginare la crisi economica montante provocata dalla crisi sanitaria da Covid-19. E così si sono messi in campo i Bonus più diversi: da quello babysitter al bonus mobilità (per biciclette e monopattini), dal bonus vacanze a quello per i nonni. Insomma sembra esserci stato un grande sforzo per far arrivare un po’ di soldi a pioggia a più tipologie di soggetti possibili. Laddove il bonus potrebbe avere un peso strutturale (vedi superecobonus) ci pensa la burocrazia a stoppare le velleità: le condizioni e le postille sono tante e tali che rischiano di disincentivare fortemente il possibile effetto sul sistema Paese (aumentare l’efficientamento energetico, creare lavoro in un settore cruciale, far emergere il sommerso).

Se è vero che il politico guarda alle prossime elezioni e uno statista guarda alla prossima generazione allora da più parti si dovrebbero chiedere meno bonus e più scelte strategiche che dicano chiaramente quale futuro vogliamo costruire.

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