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Home Chiesa

«Abbiamo bisogno di respirare la verità delle storie buone»

20 Maggio 2020
in Chiesa
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«Abbiamo bisogno di respirare la verità delle storie buone»

Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede, riflette sul Messaggio di Papa Francesco per la 54ª Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali sul tema “‘Perché tu possa raccontare e fissare nella memoria’ (Es 10,2). La vita si fa storia”.

Perché il Papa, tenendo presente anche il suo profondo legame con la comunità di appartenenza, ha sentito il bisogno di passare dall’idea del comunicare a quella del “raccontare”?
«Perché sono i racconti che tessono le nostre identità. In principio era il Verbo. E – come scrive il Papa nel suo messaggio – “per non smarrirci abbiamo bisogno di respirare la verità delle storie buone: storie che edifichino, non che distruggano; storie che aiutino a ritrovare le radici e la forza per andare avanti insieme”».

Immersi nel flusso quotidiano delle notizie, chiamati ogni giorno a scegliere cosa dire, quando, come operatori dell’informazione, passiamo dalla comunicazione (importante) al racconto che dà vita?
«Quando riusciamo a dare un senso razionale ed emotivo insieme a questo flusso ininterrotto. Quando gli diamo un dinamismo positivo, una prospettiva. Quando oltre ai problemi individuiamo le vie d’uscita; oltre al male la redenzione possibile. Quando riusciamo a ricondurre ad unità globalizzazione frammentata che caratterizza il nostro tempo. Altrimenti la comunicazione senza storia, senza senso, senza verità finisce con il divorare se stessa, con il ridurre a zero il suo contenuto. E si trasforma in una trappola che ruba l’anima e l’intelletto a chi sembra costretto a connettersi per esistere, e ad alienarsi connettendosi».

Immergersi nella storia, nelle storie di ogni giorno, per diventare esperti di vita vera. Come fare?
«Una volta, in una sua intervista, Christian Amanpour ha detto che “il compito del giornalista è raccattare una storia in una situazione in cui la verita’non e’sempre appurabile”. E che l’unica esclusiva che possiamo veramente difendere è quella che ci deriva dal rapporto vero, diretto, con le persone”. Era un modo per affermare – credo – che la verità è sempre una ricerca. E che la ricerca nasce dal’indagine della realtà. Cioè dal camminare dentro le storie che fanno la Storia. Per i media di ispirazione cristiana questo significa evitare la tentazione di rappresentarci come un mondo separato, di pensarci come uno specchio pago di raccontare se stesso».

Raccontare a Dio la propria storia significa anzitutto accoglierla, non rifiutarla immaginandone una migliore. Cosa fare come credenti e specificatamente come operatori dei media, per essere consapevoli o almeno in grado di raccontare a Dio la propria storia?
«Per essere consapevoli – penso – bisogna recuperare il senso del limite. Per raccontare a Dio, bisogna saperlo riconoscere Dio, come solo i puri di cuore sanno fare. Tornano alla memoria le parole bibliche Papa Francesco a Lampedusa. All’inizio del suo pontificato. “Adamo, dove sei?”: Adamo è un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione perché ha creduto di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio. E l’armonia si rompe. L’unità diventa divisione.
L’uomo sbaglia e questo si ripete anche nella relazione con l’altro che non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che disturba la mia vita, il mio benessere.
E Dio pone la seconda domanda: “Caino, dov’è tuo fratello”. Riscoprirci fratelli ora è difficile. E’ un cammino. E l’importante – come diceva don Primo Mazzolari – è non scambiare la strada per un punto di arrivo e di possesso».

La Sacra Scrittura, la storia delle storie, come paradigma per interpretare e decodificare la realtà: cosa fare per evitare il rischio di essere autoreferenziali e quindi di parlare solo a noi stessi
«La Bibbia non è una storia chiusa. E’ la parola di Dio che parla a noi oggi. E ci chiede di vivere il nostro tempo con lo sguardo di Dio. In questo senso ai comunicatori chiede di interpretare e decodificare la realtà attraverso lo sguardo di Dio. Lo sguardo di Gesù – ha affermato Papa Francesco (Messaggio per la XXX giornata mondiale della gioventù) – non è uno sguardo neutro o, peggio, freddo e distaccato; perché Gesù guarda sempre con gli occhi del cuore. Per vedere le cose oltre l’apparenza, serve dunque l’uso del cuore, oltre a quello degli occhi. L’autoreferenzialità è il contrario dello sguardo di Dio. E’ un effetto di quella che il Papa chiama cardiosclerosi».

Spesso lo storytelling è visto negativamente, anche nell’ambiente della Chiesa, perché abbinato alla narrazione politica che ha come unico scopo la manipolazione ai fini elettorali. Ma è davvero così?
«Come sempre è una questione di responsabilità. E la responsabilità non è un contenuto, è un modo di essere. La narrazione può essere intessuta di verità o di falsità, di uno sguardo puro o di uno sguardo duro, di pregiudizi o di misericordia, di ricerca del bene comune o di compiacimento nel racconto del male. Sta a noi dare alla narrazione lo stesso significato, la stessa funzione che gli ha dato e che gli da Dio. Sta a noi tessere la nostra storia per la parte che ci è data. Sta a noi non sottrarci alla responsabilità che ci compete. Oggi forse più che mai».

Non tutte le storie sono buone, si legge nel messaggio, ma vale la pena raccontare anche quelle cattive? E se si, perché?
«Le storie non buone sono le storie raccontate male. Sono le storie che non cercano la verità ma la manipolano; sono le storie che non svelano la menzogna ma la usano. Quando ero un giovane giornalista un vecchio collega mi disse che dovevo abituarmi a non scartare mai un titolo accattivante per esser fedele alla verità dei fatti. Scherzava. Ma non troppo. In ogni caso non mi sono mai abituato. Né da giornalista né da fruitore dei media.
Ho sempre pensato che i titoli accattivanti, se sono falsi, sono titoli cattivi. Ci portano fuori strada.
Penso che questo sia quel che ci dice il Papa. Le “storie non buone” non sono quelle che indagano il male per combatterlo; sono quelle che tessono di male il racconto stesso e così facendo “logorano e spezzano i fili fragili della convivenza”. Il Papa ci invita a discernere e respingere questo tipo di narrazione.
Un’altra questione è se valga o non valga la pena raccontare anche il male. Qui il vero problema non è se raccontare, ma come raccontare. Prendo in prestito le parole di Lucio Brunelli, mio straordinario compagno di viaggio negli anni trascorsi a Tv2000 per dire cosa significa questo “come”; perché io non saprei dirlo meglio. “La realtà – ha risposto Lucio in una sua bella intervista – non può essere ignorata da chi vuole fare informazione. Non si può raccontare un mondo dei sogni. Non saremmo testimoni credibili. Come professionisti, come persone, e come cristiani. Della fede cattolica mi appassiona proprio la sua capacità di presa sul reale, uno sguardo che non deve censurare nulla e che anzi, proprio nei ‘segni del reale’ trova continue conferme della verità che solo Cristo può salvare l’uomo. Come presenza o come assenza, come grazia di testimonianza o più spesso solo come vuoto di rabbia e nostalgia: ma davvero tutta la realtà a Lui riporta. Quindi la realtà può far male, ma in ultima analisi a un credente mai può far paura. È lo sguardo di chi racconta che fa la differenza”».

Come raccontare vita vera quando la storia che narriamo incrocia il peccato degli uomini di Chiesa, e come rassicurare il lettore quando tale comunicazione o tale racconto rischia di dare scandalo?
«Quando la storia che narriamo incrocia il peccato, il crimine, il male il nostro racconto non deve mirare a nascondere, a coprire, a ingannare. Il nostro racconto deve essere vero. Tutti sappiamo che il male esiste. E tutti sappiamo che a volte si manifesta anche con il tradimento da parte di chi non ci aspettavamo potesse tradirci mai. Succede in forme diverse nelle vite di ognuno. Succede purtroppo. Ci sono due modi di agire di fronte al male. Uno è arrendersi. Pensare (sbagliando) che il male abbia vinto. L’altro è reagire. Credere nel dinamismo del bene, del bello, del giusto. Credere nella possibilità di redenzione. Agire per il bene. La storia dell’uomo è questa. Vederla con gli occhi di Dio fa sì che anche il nostro racconto faccia parte del cammino verso il riscatto personale e collettivo della nostra storia».

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