Credo fosse il 2014. E sfogliando il giornale la mia curiosità cadde in un’iniziativa alquanto audace: un e-book dal titolo “Donne di moda. Il dress code della Bibbia”. Un ponte gettato con chi, a Milano, partecipava alla kermesse annuale della moda. A dire che l’abito nella Bibbia non appartiene alle cose vane o banali: tutt’altro.
Basterebbe avere pazienza e scrutare i vari versetti biblici per cogliere come il vestito sia un bene prezioso, portatore di dignità da restituire al povero ma, pure splendore e colore che meraviglia e stupisce. Sì, perché rimanda alla preziosità della creatura, immagine del Creatore, che secondo il mito biblico si preoccupò di vestire con tuniche di pelle Adamo ed Eva.
C’è un ulteriore aspetto che il mondo dell’abbigliamento sottolinea: la moda.
Quando ero giovane Timberland e Moncler ti identificavano con un mondo e un gergo preciso. E ne facevi un’abitudine. Abitudine viene da habitus, ciò che aderisce alla tua pelle.
“Aderisco a Te, come la cintura ai tuoi fianchi” – così recita un salmo.
Un profeta del passato, Baruc, voce di tutti gli esiliati, invita Gerusalemme- simbolo dell’umanità – a lasciar cadere gli abiti del lutto, dell’afflizione. È tempo di liberazione, di passaggio a vita nuova: l’abito deve dirlo.
Ecco allora il vestito glorioso, il mantello della giustizia – altro da quello dei soldati che celava armi e aggressività -, perfino il capo viene rivestito di ornamenti per raccontare che si appartiene all’Eterno.
Vestita così Gerusalemme può stare in piedi, può sorgere e guardare: da oriente tutti i figli dispersi tornano “esultanti”, nella
gioia, in ricordo del Dio che fin dall’esodo li ha liberati. Baruc canta la gioia, declina per un’intera città, atteggiamenti e posture lieti, “perché misericordia e giustizia vengono da Lui” (cfr v 9).
Anche oggi chiediamo che qualcuno canti la gioia. Che qualcuno ci ricordi che ci sono abiti da deporre, armadi da svuotare per colori ormai passati di moda e anacronistici per l’uso. Cerchiamo profeti che ci indichino, come possibili, orizzonti di Risurrezione e atteggiamenti festivi altri da quella ricerca spasmodica e leggera del piacere che tutti ci attanaglia.
Voci di profeti cercasi come Baruc per riprendere “abitudini” nuove, aderendo con tutto noi stessi ad altri criteri, a spingere lo sguardo fuori, oltre.
“Guarda verso Oriente” (v 5) grida il profeta di allora. Significa guardare dove sorge il sole, dove la gratuità di ogni alba diventa motivo di vita per ogni donna e per ogni uomo.
Non è per altri questa parola di Baruc. È per un popolo, per una Chiesa chiamata a sentirsi sposa, appartenente al Suo Signore. Convinta che la storia è nelle mani di Dio, capace di vestire i gigli dei campi e di nutrire gli uccelli del cielo. Avvento è anche questa consapevolezza.

