«Il livello di partecipazione è alto, soprattutto in Veneto, ed è anche in aumento. Rispetto al passato, sono però cambiate le forme. E, in questo, un ruolo importante lo stanno giocando anche i nuovi mezzi di comunicazione». Parte da qui Daniele Marini, sociologo e professore all’Università di Padova, per provare a misurare lo stato di salute della partecipazione nella nostra comunità.
«Il nostro territorio, e più in generale il Nordest, è la realtà che a livello nazionale registra il maggior numero di associazioni e la più alta partecipazione nelle sue varie forme: dal volontariato all’azione cattolica fino ai gruppi culturali e sportivi. Ci sono una permeabilità e una diffusività straordinarie di queste forme, al punto che non esiste praticamente ambito della nostra vita sociale in cui non ci sia una realtà impegnata sul tema. E questo a dimostrazione di un livello molto elevato di coesione».
Come si partecipa alla vita della comunità nel 2018?
«Le modalità si stanno trasformando e le recenti indagini fanno emergere uno scenario diverso rispetto a qualche anno fa. Da un lato, pur in presenza di una grande partecipazione, tendono ad aumentare le forme di assenza, cioè di chi non partecipa a nulla, e di chi partecipa in un modo che potremmo definire individuale. Dall’altro, all’opposto, avviene una sorta di pendolarismo associativo: cresce, cioè, il numero di persone che dichiara di partecipare a più associazioni contemporaneamente. Un aspetto positivo, ma che comporta una diminuzione del tempo dedicato alle singole attività. Si sconfina in una sorta di fruizione partecipativa. Pensiamo ai festival che raccolgono migliaia di persone che partecipano, ma che, più che attori, sono in realtà soltanto dei fruitori».
Ha parlato di partecipazione individuale: sembra un paradosso.
«Lo è ed è reso possibile soprattutto dai nuovi strumenti di comunicazione. Oggi posso partecipare stando seduto sul mio divano: posso, ad esempio, fare solidarietà donando un euro con un sms o, parlando di partecipazione politica, tramite internet posso mandare una proposta di legge o votare alle primarie di alcuni movimenti. Questa è una forma ancora minoritaria, ma che nel tempo sta crescendo».
I nuovi mezzi di comunicazione giocano quindi un ruolo importante: in che modo?
«Le nuove tecnologie tendono a disintermediare le forme di partecipazione. Non c’è più bisogno di scendere in piazza per manifestare il dissenso: lo scarico su facebook. È più facile partecipare mettendo un like o donando un euro con un sms, rispetto a svolgere un lavoro quotidiano o settimanale nelle associazioni, che impegna. I social sono di grande aiuto nella diffusione delle informazioni ma probabilmente inibiscono l’aspetto “comunitario”».
E le vecchie forme di partecipazione – quelle che vedevano i singoli impegnati attivamente in un’associazione o in un partito – che fine hanno fatto?
«Quelli che una volta si chiamavano militanti, quelli che si dedicano con costanza a una sola associazione, tendono a diminuire nel tempo: da qui, anche le difficoltà che le associazioni più strutturate hanno spesso nel trovare ricambi nella loro guida. Una situazione che chiama i mondi associativi a una riflessione su come riuscire a riattivare la partecipazione. Bisogna probabilmente riprendere un lavoro di carattere educativo, soprattutto verso i giovani, per far capire che la partecipazione non è un valore individuale: la partecipazione è collettiva e comunitaria».
Su questo può influire anche un clima di sfiducia?
«Usciamo da un lungo periodo di crisi che ha intaccato i livelli di fiducia generale. Pensiamo alle problematiche legate al lavoro giovanile che portano alla visione di un futuro meno roseo. Tutto questo incide nella partecipazione. Bisogna, quindi, ripartire dalle comunità e da forme associative legate a queste e al territorio, in modo da favorire una ri-uscita delle persone dai propri singoli ambiti»

