La Settimana Santa si apre con la Domenica delle Palme e della Passione del Signore. Così come Gesù fece il suo viaggio verso Gerusalemme per compiere la volontà del Padre, così la comunità ha compiuto il suo pellegrinaggio durante la Quaresima; così come Gesù entra a Gerusalemme ormai prossimo alla croce e alla resurrezione, così anche la comunità cristiana è ricondotta a quegli eventi che si concluderanno con la celebrazione del mistero pasquale.
Non è una commemorazione annuale di qualcosa accaduto in un tempo remoto, ma è una esperienzarituale che ci conduce al rinnovamento del discepolato nell’accoglienza sacramentale del Cristo, che con la sua morte e resurrezione ci ha redenti; non uno fra i momenti dell’anno liturgico, ma la sorgente di tutte le altre celebrazioni.
Questa settimana trova il suo culmine nel Triduo pasquale, cioè della Passione, Morte e Risurrezione.
Ma se contiamo i giorni del Triduo così come facciamo nella vita quotidiana, pare proprio che i conti non tornino. Il primo giorno va contato dal tramonto del giovedì al tramonto del venerdì; il secondo giorno dal tramonto del venerdì al tramonto del sabato; il terzo giorno dal tramonto del sabato al tramonto della domenica. Quindi il triduo inizia dalla Messa “in Cena Domini”, ha, poi, il suo centro nella Veglia pasquale e termina con i Secondi Vespri della Domenica di Risurrezione.
La Messa del Giovedì santo, Cena del Signore, e la liturgia del Venerdì santo, Passione del Signore, sono una celebrazione unica e inscindibile così come unico è l’evento a cui siamo ripresentati. In questo primo giorno, che va dal giovedì al venerdì, si celebra la Morte. Gesù nell’ultima cena anticipa realmente la propria morte che avverrà il giorno dopo; le sue parole sul pane e sul vino sono inscindibili dalla sua morte in croce. Possiamo dire che salvificamente è preannunciata e profeticamente compie la passione e morte che avverrà il giorno dopo.
La liturgia lo mostra chiaramente: la celebrazione del Giovedì santo “non termina”; infatti, viene omessa la benedizione; la liturgia del Venerdì santo “non ha inizio”si apre con l’orazione e tutto si chiude con la benedizione. Questo significa che la nostra preghiera al Padre, che ha tanto amato il mondo da dare il suo unigenito (Gv 3,16), e al Figlio, che è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso (Eb 9,26c), dovrebbe proseguire ininterrotta. Paolo ben
illustra questa relazione inscindibile: «Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?» (1Cor 10,16).
Dal termine della liturgia del venerdì santo al tramonto del sabato, la Chiesa si pone in silenzio orante. Si prega Gesù al sepolcro; si celebra la Sepoltura. Come Giona, Gesù restò tre giorni e tre notti nel cuore della terra (Mt 12,40) e qui portò l’annuncio anche alle anime prigioniere (1Pt 3,19). In questo tempo l’atteggiamento è quello dell’attesa; e la Chiesa lo ha stabilito aliturgico (cioè senza liturgia).
Dal tramonto del sabato al tramonto della domenica, la Chiesa, ricolma di gioia, esulta per il Signore risorto; si celebra la Risurrezione.
La vittoria di Cristo sulla morte con la sua resurrezione è la parola definitiva della nuova alleanza sul peccato, sul rifiuto della relazione con Dio. A partire dall’Exultet e nella successione delle letture è narrata la storia della salvezza come un atto di immenso amore del Padre verso i suoi figli e l’alternarsi di fedeltà e infedeltà dell’uomo che ha il suo culmine nel Figlio mandato per redimere noi peccatori.

