Una pistola in cambio di un voto. Chissà se a qualche leader politico è venuta questa idea come possibile slogan o promessa in questa campagna elettorale bislacca, in cui si fa così fatica a riconoscere la realtà dalle patacche, le promesse fondate dai bidoni elettorali. Comunque la si guardi la sicurezza è uno di quei temi in cima alla lista nei dibattiti elettorali, anche sull’onda di episodi di violenza (da Macerata a Pisa) dove le armi sono le protagoniste assolute. Tra le considerazioni utili a inquadrare la questione, due ci sembrano significative. La sicurezza è una questione seria, un’esigenza legittima assolutamente da non sottovalutare. Occorre però, essere anche consapevoli che tale dimensione è strettamente connessa alla paura, emozione primaria, non facilmente governabile e che, anzi, si può alimentare ad arte a prescindere dalla effettiva realtà. Si pensi ai bambini: se sono al buio e sentono dei rumori, possono facilmente credere a qualcuno che gli dica “Arrivano i mostri!”. È quanto accade da tempo nel nostro Paese. I dati parlano chiaro: reati in calo, immigrati regolari e irregolari diminuiti. Eppure tra realtà e percezione c’è una distanza, per certi versi, incredibile.
Queste considerazioni vanno, infine, accompagnate con alcuni interrogativi: qual è il modo migliore per garantire la nostra sicurezza? Dotarci tutti di una pistola? Ne siamo sicuri? La crescente aggressività e violenza che registriamo nella società (a tutti i livelli) sarebbe meglio controllata se tutti fossimo armati e legittimati a sparare al primo che riteniamo ci minacci? La reazione a uno che minaccia la mia sicurezza non deve prevedere una proporzione tra offesa e difesa? E così, se uno tenta di derubarmi, davvero io sono autorizzato a rispondere come credo, fino anche ad ammazzarlo anche se lui sta fuggendo e non minaccia la mia vita? Tutto questo ci porta a una delle domande centrali in vista del voto: che società vogliamo? Che futuro stiamo preparando per i nostri figli? Tutti i leader così preoccupati della sicurezza, perché non propongono anche di investire di più nell’azione di prevenzione, nei progetti sociali ed educativi per ricostruire le tante comunità frammentate o addirittura lacerate? Garantire la sicurezza è uno dei compiti dello Stato e questo dobbiamo chiedere, non alimentare una deriva violenta che non si sa dove ci porterà. Chissà cosa direbbe Mahatma Gandhi di cui a fine gennaio si sono ricordati i 70 anni dalla morte, lui intrepido assertore della non violenza (patrimonio anche cristiano), di fronte a questi scenari. La violenza produce solo violenza. La storia dovrebbe avercelo insegnato. Anche per questo, una pistola non vale il nostro voto.

