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Home Attualità Italia

Il futuro incerto della Catalogna

23 Dicembre 2017
in Italia
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Il futuro incerto della Catalogna

21 dicembre, inizio del solstizio d’inverno, la notte più lunga. Sarà accaduto così nelle sedi dei diversi partiti concorrenti alle elezioni catalane? Probabilmente no. Il panorama prefigurato dai risultati elettorali consiglia di prendersela con calma. Meglio aspettare che passi Natale, Capodanno e i Re Magi (Epifania) per sedersi a dialogare con chi conviene e venire a patti per cercare di indovinare una formula di governo capace di soddisfare la volontà dei votanti. Difficile, molto difficile.

La conta dei voti e quella dei seggi. Il conteggio dei voti, mette in guardia gli analisti, non sapendo bene come interpretarli. Nessuno si azzarda a disegnare un futuro immediato. Per tanti, candidati inclusi, forse condizionati da una chiave di lettura “plebiscitaria”, hanno voluto vedere in questa giornata elettorale la riedizione, questa volta legale, del referendum del 31 ottobre. Ma capire quanti catalani stanno per l’indipendenza non è impresa facile. In numero di voti, i non indipendentisti avrebbero superato gli indipendentisti per oltre 193mila voti, su un censimento di 5,5 milioni di catalani con diritto al voto. Ma il sistema elettorale non concede lo stesso peso a tutti i voti, ed ecco che i tre partiti indipendentisti che dal 2015 hanno dominato il Parlamento catalano arrivano a 70 seggi, due sopra la maggioranza assoluta. In altre parole, e secondo questa chiave di lettura “plebiscitaria”, solo il 47,5 per cento dei catalani vuole l’indipendenza ma hanno ottenuto maggioranza parlamentare. La situazione si prefigura complicata.

Ciudadanos, il vincitore. Se c’è un vincitore assoluto in queste elezioni, e così l’hanno riconosciuto tutti, è stato il partito Ciudadanos (C’s), una formazione con un percorso di appena dieci anni che, da tre seggi conquistati nella sua prima apparizione elettorale nel 2006, è passata ad essere la seconda nel 2015 e ora è arrivata a 37 parlamentari, superando i due partiti nazionalisti, Junts per Catalunya (34) ed Esquerra republicana (32). Ciudadanos, legato al Partido Popular del governo centrale, si è sempre dichiarato costituzionalista di fronte alla crisi catalana. Inés Arrimadas, la loro leader, ha utilizzato toni forti in sede parlamentare contro il “processo”, così era chiamata la volontà politica del precedente governo catalano di dichiarare la Repubblica indipendente.

E ora? Riprendere ancora il discorso dell’indipendenza con un nuovo “processo”, sapendo com’è finita la formula della “via unilaterale”, cioè alle spalle del governo centrale, non sembra buona idea. D’altra parte, non siamo davanti allo stesso scenario del 2015, quando Junts per Catalunya (destra nazionalista) ed Esquerra republicana (sinistra separatista) si presentarono in coalizione ed ebbero l’aiuto dei deputati della CUP (antisistema) per investire presidente Carles Puigdemont, dopo mesi di negoziazioni per evitare che fosse investito il candidato della coalizione nelle elezioni, Artur Mas. Questa volta ogni partito ha presentato il proprio candidato: Puigdemont (fuggito o esiliato, dipende dall’interpretazione) e Junqueras (in carcere). Le dichiarazioni di Puigdemont da Bruxelles, passata la mezzanotte, avevano un certo sapore di vendetta: “La Repubblica Catalana ha vinto la monarchia del 155”. Almeno in un dato ha ragione: oltre l’80 per cento dei catalani ha espresso il suo voto, cosa mai accaduta prima, ma sbaglia se pensa di poter tornare immune e assistere a una “restituzione” (così ha detto) del governo “illegittimamente sospeso”.

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