A 15 anni avrei voluto entrare con una mazza da baseball in una di quelle nuove profumerie chic che iniziavano ad aprire anche a Vicenza e spaccare tutto. Davanti ai tanti mali del mondo, tutti quei cosmetici e unguenti costosi e ricercati e la vanità di chi li acquistava mi davano profondamente sui nervi. Non possedendo una mazza da baseball, non divenni un black bloc e decisi invece di entrare in Seminario.
Qui, studiando la Bibbia, feci amicizia con il profeta Amos che, nelle sue invettive giovanili, si era scagliato veementemente contro i ricchi e i potenti del suo tempo, che vivevano nel lusso non curandosi dei poveri e delle necessità della gente comune. Amos certamente sarebbe sceso in piazza con i giovani negli scorsi fine settimana e forse lo avrebbe fatto portando con sé una mazza da baseball. Sia chiaro, ogni manifestazione di protesta che degenera nella violenza e nella devastazione perde automaticamente credibilità e deve essere fermamente condannata. E i responsabili devono pagare. Ma i comportamenti criminali di alcuni non possono diventare la scusa per non dare ascolto alle decine di migliaia di giovani che da qualche tempo hanno deciso di scendere in piazza e di fare sentire la propria voce contro un sistema economico e una politica che li sta privando del loro futuro.
Le manifestazioni che da alcune settimane stanno infiammando mezza Europa sono certamente fenomeni complessi, poliedrici e per certi versi contraddittori. Non è un caso che in Italia abbiano trovato proprio a Milano il loro epicentro. Milano, la città delle più alte disuguaglianze economiche e sociali, la città che ha progressivamente espulso la classe media per fare posto ai super ricchi e ai loro capitali stranieri, la città dove un posto letto per uno studente universitario costa 700 euro al mese. La città dove la Madonnina è scomparsa tra i grattacieli degli archistar e i babilonici templi del glamour, della movida e dell’alta moda. Dove la gente normale, quella che si alza all’alba, per citare Mario Calabresi, rischia di essere funzionale al sistema, ma di non avere reale diritto di cittadinanza. Hanno ragione a protestare i giovani italiani, in un Paese in cui pochi sono sempre più ricchi mentre tutti siamo sempre più poveri.
Ma c’è poi un’altra povertà da considerare, quella culturale, valoriale e vorremmo dire spirituale di tanti adolescenti e giovani che si aggiunge a quella materiale e spiega come una protesta sacrosanta possa essere degenerata nelle scene di guerriglia e di saccheggio che tutti noi abbiamo visto. Decenni di materialismo, consumismo, edonismo e relativismo etico hanno ristretto gli orizzonti della nostra cultura, spento gli ideali, reso tristi le passioni. E allora la protesta contro un sistema ingiusto e alienante si è trasformata per molti, alcuni dei quali poco più che bambini, in occasione per mettere le mani su ciò che prima si poteva solo guardare attraverso una vetrina. Perché l’unica ingiustizia percepita da molti giovani è quella, del tutto conformista, di non poter avere ciò che i ricchi si possono invece permettere senza sforzo. La marginalizzazione dei migranti e il rifiorire di retoriche razziste hanno fatto il resto, creando una bomba molotov perfetta.
Mettere in sicurezza le nostre città ora era certo doveroso e necessario. Ma più importante sarà fare rete e riprendere a impegnarci per educare i nostri ragazzi, perché possano affezionarsi alla vita e darle un senso che vada oltre una felpa griffata o una serata di sballo. E soprattutto dobbiamo ascoltare e dialogare con la parte sana di chi protesta, quella che ci chiede un mondo più giusto e più umano, con meno armi, meno speculazioni finanziarie, dove lo studio, un lavoro, una casa, l’accesso alle cure mediche possano essere ancora una possibilità reale per tutti.
Alessio Graziani, donalessio@lavocedeiberici.it
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