Ottobre in Rosa propone per venerdì 16 ottobre al teatro Astra di Vicenza (ore 21) “Sono (ancora) viva” scritto da Romina Gobbo. La protagonista è la giornalista vicentina, già redattrice del nostro settimanale, main sponsor della serata. Gobbo, collaboratrice di prestigiose testate nazionali (Avvenire, Messaggero di Sant’Antonio, Periodici San Paolo, Giornale di Brescia) ha deciso di raccontare il suo incontro indesiderato con un tumore maligno al seno. Diagnosi, mastectomia all’ospedale di Vicenza, convalescenza, rinascita: tutto raccontato attraverso una cronaca veritiera, mai retorica, che si snoda tra accertamenti, pensieri cupi e momenti di sollievo. Nel suo testo non c’è disperazione, c’è speranza.
Questa esperienza ha cambiato la tua vita?
«In passato ho vissuto momenti di grande rabbia. Dopo la malattia ho avuto un atteggiamento diverso. Gli amici mi dicono che non mi riconoscono più. Ho avuto tanti amici, davvero tanti amici e amiche che si sono prodigati da tutti i punti di vista, anche per accompagnarmi alle medicazioni. Per 40 giorni non ho potuto guidare, quindi mi sono stati vicini e davvero amorevoli. Allo stesso tempo mi sono resa conto che c’era anche chi non serviva più e ho lasciato andare anche le persone che non servono più».
Perché hai scelto di scrivere “Sono (ancora) viva”?
«Sono una giornalista, non un’autrice teatrale. Una sera, durante la convalescenza, mi sono messa a scrivere – la cosa che so fare meglio – senza un reale obiettivo. Ne è uscito un testo. Direi che è il testo che ha scelto me. Non sapevo che cosa ne avrei fatto. Anzi, non pensavo di farne proprio niente. Un esercizio di scrittura in una serata malinconica. Se non che lo feci leggere a un’amica attrice, Silvia Budri (è lei che lo interpreta), che mi disse: merita di essere portato a teatro. La pièce è nata così».
L’esordio è avvenuto in Toscana. Com’è stato accolto dal pubblico?
«Le due rappresentazioni fatte nel Senese mi hanno fatto capire che la strada era quella giusta. Il pubblico tutto si è riconosciuto, perché il mio percorso è lo stesso di qualsiasi persona alla quale venga diagnosticato un tumore al seno. Si parla di paure, di attese di risultati, di speranze, di pianti. Per me, però, mai di disperazione. E per questo ringrazio l’aver frequentato posti terribili del mondo. È stata per me una grande consolazione pensare che c’è sempre chi sta peggio».
Dopo l’Astra ci saranno altre date?
«Non lo so, perché lo spettacolo ha un costo, quindi non è facile trovare ingaggi. Io poi non sono né una produzione, né ho alle spalle un’associazione. Sono una persona singola che ha voluto raccontare la propria esperienza nella speranza che possa essere utile. Nei corridoi dell’ospedale ho visto donne disperate, ho sentito di donne che, una volta operate, non escono più di casa, donne che non riescono più a trovare una confidenza con il proprio corpo. E, purtroppo, spesso i mariti e compagni, invece che aiutare, prendono le distanze. Se una sola donna potrà trovare un po’ di sollievo seguendo la mia pièce, allora saprò che scriverla è stata una buona scelta».
Piero Maestro
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