Dormono in piccole buste sottovuoto, custodite a una temperatura di 5 gradi e con un’umidità del 35 per cento. Ma quei semi, alcuni dei quali hanno più di un secolo di storia, non sono reperti da museo. Rappresentano una riserva di biodiversità e una risorsa preziosa per l’agricoltura del futuro.
A conservarli e riportarli periodicamente nei campi è il Crea, il più importante ente italiano di ricerca dedicato all’agroalimentare, nell’ambito di Bionet, il programma finanziato dalla Regione Veneto per il periodo 2024-2028 e dedicato alla tutela delle risorse genetiche locali a rischio di estinzione.
Il lavoro viene condotto nella sede di Lonigo del Crea Difesa e certificazione, che insieme a quella di Bovolone, nel Veronese, svolge attività sperimentali e prove agronomiche.
«La nostra banca del germoplasma conserva alcune centinaia di accessioni, cioè campioni di materiali genetici differenti – spiega Enrico Visentin, coordinatore dell’attività sperimentale –. Sono soprattutto cereali e mais: dal farro monococco e dalla spelta fino a numerose varietà di grano tenero. I nostri padri e i nostri nonni cominciarono a raccoglierli e conservarli a partire dagli anni Cinquanta. Il nostro compito è mantenere vivo quel patrimonio».
Conservare un seme, infatti, non significa semplicemente chiuderlo in una cella climatizzata. Prima che perda la propria capacità di germinare deve essere nuovamente seminato, osservato e selezionato. Il procedimento è quasi interamente manuale: da ogni campione vengono prelevati circa 15 grammi di semi, distribuiti in una o più file.
Selezione manuale
Quando le spighe maturano, scelgono le migliori, le raccolgono, le sgranano e selezionano nuovamente i semi. Solo allora il materiale viene pesato, confezionato sottovuoto e riportato nella cella di conservazione, pronto ad attraversare altri anni.
«La biodiversità è una ricchezza che non possiamo permetterci di perdere. Oggi una varietà può sembrare superata o poco produttiva, ma potrebbe contenere un carattere genetico utile, per esempio una resistenza a una malattia o una capacità di adattamento che in futuro un ricercatore potrà recuperare».
Il progetto non guarda, però, soltanto alla conservazione. Il Crea sta verificando se alcuni di questi cereali possano tornare a essere coltivati nel contesto climatico e agricolo attuale.
Molte varietà antiche raggiungevano un metro e mezzo di altezza e tendevano ad allettarsi, cioè a piegarsi fino a terra sotto l’effetto del vento e della pioggia, rendendo difficile la raccolta meccanizzata e compromettendo la qualità delle farine. Anche le rese erano molto inferiori rispetto a quelle contemporanee: in passato potevano fermarsi a 15 quintali per ettaro, contro gli 80 o 90 raggiunti oggi.
«Cerchiamo i materiali capaci di restare in piedi, completare correttamente il proprio ciclo vegetativo e produrre chicchi sani – prosegue Visentin –. Poi ne valuteremo le farine, la lavorabilità degli impasti, il profumo, il colore e la croccantezza. Qualcuno potrebbe non competere con i grani moderni in termini di quantità, ma avere qualità particolari e dare vita a piccole filiere, coinvolgendo agricoltori, mugnai e fornai».
Tra i semi conservati ci sono nomi che raccontano direttamente il Vicentino e il Veneto: il Cologna 12, che indica Cologna Veneta, e il Guà 113, legato al fiume che attraversa anche Sarego e Lonigo, risalgono alle prime selezioni di 110-120 anni fa. Ci sono poi il Canove, il Piave e il Lonigo 1, selezionato negli anni Cinquanta dall’allora istituto Strampelli.
Una nuova identità
Per ciascun materiale i ricercatori stanno preparando una carta d’identità moderna, composta da fotografie e da una descrizione, in modo che possa essere riconosciuto e studiato anche tra decenni.
«Nella Genesi Dio affida all’uomo il compito di coltivare e custodire il giardino – conclude Visentin –. È ciò che facciamo con Bionet: custodiamo quanto ci è stato lasciato e proviamo a capire se, dentro questi semi del passato, ci sia il nostro futuro».
Giada Zandonà
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